Ballo in piazza, una ragazza lucchese: “Venerdì ero a casa ma per i social sono un’untrice”

Dopo un post di un noto personaggio pubblico che la identificava come 'una di quelle' presenti ha iniziato a ricevere decine di minacce

La ‘movida lucchese’ è ormai diventata un caso nazionale. Tutti, dai più svariati personaggi pubblici ai singoli cittadini hanno espresso la propria opinione e in qualche modo decretato la propria sentenza. Opinioni che in alcuni casi si sono tradotte in un cocktail di offese rovesciato senza mezzi termini sulle piattaforme social. Sentenze che hanno finito per mettere sotto accusa anche giovani che non erano direttamente coinvolti in quello che passerà alla storia cittadina come il ballo di Porta dei Borghi.

E’ quanto è successo a Claudia, una ragazza lucchese che domenica (10 gennaio), dopo aver seguito gli sviluppi mediatici della vicenda, aveva deciso di postare anche lei una propria riflessione su Instagram per instaurare un dibattito costruttivo con i suoi conoscenti in merito agli assembramenti del venerdì. Nel giro di poche ore però, il suo punto di vista è uscito dalla cerchia ristretta dei contatti e la ragazza si è ritrovata a essere additata come ‘una delle untrici’ da parte di un noto personaggio pubblico. Questo ha generato un cortocircuito per il quale la ragazza, che non era presente all’episodio del venerdì, ha iniziato a ricevere decine di minacce e insulti da parte del popolo del web.

“Quella sera io ero a casa quindi ho seguito la vicenda solo attraverso i contatti dei miei canali social – racconta Claudia -. Vedendo quanta cattiveria aveva tirato fuori questo evento, ho deciso anche io di esprimere il mio punto di vista andando controcorrente. Se da una parte infatti non reputo giustificabile l’atteggiamento irresponsabile tenuto da alcuni giovani quella sera dall’altra non trovo giustificazioni nemmeno per tutto questo odio senza argomentazione che è stato buttato lì sui social da tanti coetanei senza nessuno spirito critico. Così nella mia riflessione ho chiamato in causa, senza nominarlo direttamente, anche il personaggio pubblico che più si era esposto sulla vicenda. Mai potevo immaginare quello che sarebbe successo dopo. Questa mattina ho infatti scoperto che lo stesso giornalista aveva ripubblicato una mia vecchia foto sul suo profilo additandomi come una ‘di quelle perbene che poi torna a casa ad abbracciare la famiglia’ e invitando i suoi 620 mila follower a segnalarmi ‘perché in piazza orgogliosa’ quella sera”.

“Ho iniziato a ricevere decine di messaggi, da ‘spero tu prenda il covid’ a ‘dovete morire’ – prosegue la ragazza -. Solo per aver espresso una mia personale opinione, senza offendere nessuno, sono stata condannata dal web, col rischio di avere ricadute anche a livello professionale. L’aspetto positivo della vicenda è stato che tra i tanti insulti ho ricevuto centinaia di messaggi di supporto anche da parte di adulti, e che grazie a quella riflessione con tantissimi miei coetanei sono riuscita a instaurare un dibattito costruttivo che era l’unico intento della mia pubblicazione. Per quanto riguarda il noto giornalista sto valutando se intraprendere un percorso legale per incitamento all’odio e diffamazione. Quello che è successo a me poteva succedere a chiunque”.

Se infatti è vero che ognuno ha il diritto di esprimere il proprio pensiero online purché non vada a ledere la dignità altrui è anche vero che sui social non tutti i pensieri hanno la stessa risonanza e la stessa visibilità. Per questo ai personaggi pubblici viene richiesto un maggiore senso di responsabilità nella scelta delle parole. Indicare un ragazzo come ‘capo rivolta’ o pubblicare la foto di una ragazza come una di ‘quelle perbene che poi tornano a casa e abbracciano la famiglia’ non solo non è fare informazione ma è dare in pasto al web un nome, un volto, una vita privata. E’ esprimere una condanna mediatica eletta a sentenza ma di fatto etichetta. Certo, il ballo in piazza senza mascherine e distanziamento è un episodio da condannare. Per questo le forze dell’ordine stanno procedendo con l’individuazione dei responsabili e il caso è già finito in procura.

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