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Migranti, i prof che hanno osservato il digiuno: “Grazie a chi ci ha sostenuto”

Lettera dei due docenti del Vallisneri

Anzitutto grazie. Grazie di cuore veramente a tutti. Fa piacere sentire tante persone vicine,conosciute e anche sconosciute che si sono espresse ed esposte per pura ed esclusiva fiducia verso quello che abbiamo deciso di fare”, lo scrivono i professori del liceo Vallisneri, Antonio Chiaravalloti e Daniela Lazzari, che hanno deciso di promuovere, il 25 aprile, una giornata di digiuno in nome di tutte le vittime del mare.

“Così facendo – continuano –  siamo diventati davvero tanti a testimoniare lo stesso bisogno di giustizia su cui dobbiamo continuare a mantenere ferma e vigile la nostra attenzione. E fa bene, d’altra parte, sentire parole di stima che sono andate sicuramente oltre i nostri effettivi meriti. Abbiamo bisogno ,a questo punto, di condividere alcune riflessioni con voi in merito a quanto è avvenuto e avanzare una proposta per ridare spazio a questo naufragio senza soccorsi”.

Abbiamo sentito un’urgenza etica di esporre il nostro corpo ad un limitato digiuno (dall’alba al tramonto) e il nostro volto per richiamare l’attenzione sullo strazio e il rifiuto che s’abbatte sui corpi aggrediti e respinti sulla rotta balcanica e su quei corpi annegati e a faccia in giù che si faceva fatica a contare. Volevamo solo che, attraverso questo digiuno, ci si accorgesse di come siamo circondati da morti, morti ai confini e morti nel mare. Da persone che spariscono senza che nessuno sappia più niente di loro. ‘Schiuma della terra, li chiamava Hannah Arendt. È chiaro che il digiuno non cambia la realtà e che è solo un gesto simbolico, potrei dire inutile. Ma quando abbiamo saputo che la Rete Dasi ci dava l’opportunità di agire, il 25 Aprile – spiegano i professori -, in comunione di intenti con tante altre persone, allora abbiamo deciso che questo gesto, così semplice e banale, poteva diventare, proprio perché condiviso, oltre che un gesto etico anche un atto politico. Ed è per questo che abbiamo deciso renderlo pubblico, perché fosse condiviso anche da altri. Tutto qui”.

“Abbiamo comunicato la nostra decisione la mattina di domenica scorsa (25 aprile) proprio per non influenzare nessuno. Siamo consapevoli che essere insegnanti – dicono – comporta delle precise responsabilità di rispetto e attenzione nei confronti di ragazzi che devono crescere in autonomia e capacità di discernimento. E possiamo dire con certezza che tantissimi insegnanti fanno un lavoro prezioso, a volte oscuro e poco riconosciuto, ma unico nel ricucire vite, nel riparare esistenze ,nell’offrire sempre e comunque tante opportunità di crescita, di riscatto, di sostegno. Pensiamo che la scuola sia uno dei pochi luoghi, anche se con mille difficoltà, dove è ancora possibile il confronto e dove anche dal conflitto possono emergere forme di convivenza”.

“Crediamo – continua la lettera dei professori – che la scuola sia uno dei pochi luoghi dove non si possono insegnare l’odio e gli insulti. Perché è nella natura della scuola la polifonia delle voci, delle persone e dei saperi. Perché la scuola è il mondo con tutta la sua complessità che si dà in forma di pensiero e parola. Poi è chiaro che l’ambiente e il contesto possono potenziare o indebolire questo processo. La scuola è il luogo dove le differenze, nel bene e nel male, si esaltano senza distruggersi”, scrivono gli insegnanti.

“Quindi non è certo un problema per noi se un genitore esprima il desiderio di scegliersi l’insegnante che ritiene più adatto per suo figlio,potrebbe essere un’aspirazione legittima e anche comprensibile. L’importante però è che questo genitore mandi suo figlio a scuola e basta. L’unica alternativa, se uno proprio voglia educarlo all’odio e all’insulto, è che lo tenga con sé”.

“Non possiamo faci distrarre da voci ostili e insulti. Secondo noi dobbiamo tornare al vero punto della questione, ossia al mancato soccorso di 130 persone lasciate morire. L’abbiamo già detto: l’astensione dal cibo è stato un atto simbolico per richiamare l’attenzione su una tragedia annunciata e lasciata accadere. Sentiamo ora la necessità di pagare un prezzo di quanto è successo come uomini e come cittadini di uno Stato che non si è mosso. Vorremmo dare loro un umile risarcimento, simbolico anche questo, visto che i veri responsabili non lo fanno. Trovare il modo di dare loro almeno una storia,una memoria e un nome. Da qui la nostra proposta ( chiaramente a chi è disponibile, sia come individuo che come associazione): Non facciamo che questo naufragio cada nell’oblio.
Troviamo un luogo, un giorno, un’ora per dare una storia e un nome ai centotrenta dispersi. Facciamoli tornare, almeno per qualche minuto, persone, attraverso un fiore, un pensiero, una targa”, si legge.

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