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Mascagni ricorda l’amico Buchignani: “Mi ha insegnato che la felicità va saputa vivere”

Il toccante ricordo di sogni e progetti condivisi: "Vincenzo era un uomo che sapeva arricchire l'esistenza"

Un ricordo commosso e sincero dell’amico di sempre. Così Gianluca Mascagni ricorda Vincenzo Buchignani. Con lui, quando era presidente Fip, sognava a Lucca un museo del basket. Ma non era il solo progetto che le due anime del basket lucchese condividevano. A qualche giorno dalla scomparsa, Mascagni, in una sorta di lettera aperta, saluta l’amico Vincenzo.

“Dopo alcuni giorni dalla scomparsa di Vincenzo Buchignani, amico, complice, interprete dei miei pensieri, instancabile artefice di progetti,  per i più, impossibili da raggiungere, con un senso di assoluta riconoscenza sono a ricordarlo – scrive -. Spesso, se non sempre, in questi tristi momenti, la retorica il consueto e l’ovvio, sono un mix che, senza togliere niente al dolore ed alla vera sofferenza, possono celare, in qualche modo falsità ed ipocrite considerazioni”.

“Da tempo – aggiunge -, da molto tempo, non ci sentivamo più, devo essere onesto e leale, lo squillo sul mio cellulare indicava Vincenzo, ed io, come ingessato non rispondevo, non lo cercavo. Dentro di me, con forza e malefica presenza, un presagio, una idea, una terrificante se pur umana verità: avevo compreso che, chissà per quale mia stupida veggenza, l’amico geologo, Vincenzo l’uomo sempre parco di consigli, attento ai tuoi sentimenti, uomo chiaro e diretto: non stava bene, con maestria camuffava il suo stato psico-fisico, con ironia allontanava da se’ la dipartita, la morte ( non ne aveva paura ma, era limitante, intollerante, insomma un qualcosa da rifiutare, un corpo estraneo al suo animo da vero combattente), in sintesi, il mio atteggiamento una sorta di presenza-vigliacca e, di per sé, poco giustificabile, assurda, stupida…profondamente dolorosa. Semplicemente, senza se e senza ma, avevo compreso di ‘non potere vivere Vincenzo’, per il tempo che mi sarebbe piaciuto, avevo sentito una improvvisa attrazione se mai ve ne fosse stato bisogno dei principi, delle ripetute a volte ossessive verità che Vincenzo portava con sé, con semplicità, immediatezza, altruismo e cocciuta determinazione”.

“Pertanto – aggiunge – come ogni stupido essere umano quale mi considero ha prevalso in me la parte negativa, una sorta di allontanare la bellezza e la felicità di essergli amico giustificando il tutto con una affermazione, che più o meno, si dettagliava in uno stupore, in una deviazione dialettica, mi ripetevo: impossibile uno come lui, non è reale, un extraterrestre, incomprensibile: troppo perfetto. Ecco grazie caro Vincenzo per avermi fatto capire che, allorquando nella vita o la stessa vita ti concede la felicità della sua bellezza, dobbiamo essere pronti a cogliere quella opportunità quel momento, senza dubbi o stupide giustificazioni. Tantissimi gli episodi che mi legano a lui, molti naturalmente derivati dal Basket, le sfide da lui proposte (Basket Femminile Le Mura, Museo del Basket Giorgio Chimenti, progetti di divulgazione del Basket nelle scuole, ed ancora molto altro), momenti collegati allo sport e solidarietà. Un canestro per sopravvivere, sorta di una partita di basket con personaggi dello sport e dello spettacolo con incasso a beneficio di associazioni umanitarie, altre come Adotta uno sport: una miriade di idee, di iniziative, di momenti che, se pur faticosi ed impensabili, erano le basi del carattere di Vincenzo. Tra le testimonianze che direttamente ho ricevuto, dopo la dipartita di Vincenzo, tramite un colloquio telefonico, due mi hanno particolarmente colpito: una di Dino Meneghin e l’altra di Pierluigi Marzorati (icone della Pallacanestro Nazionale), ambedue, veramente coinvolti, commossi, dispiaciuti ed increduli. Ecco chi era (e’) Vincenzo. Molto altro avrei in cuore, mille le emozioni con lui provate, le elucubrazioni svolte sul basket, sulla vita: potrei raccontare ancora ed ancora di un uomo che, con gentilezza e sobrietà, ha arricchito la mia esistenza. Di lui conserverò non tanto l’anima, ma, il suo animo che, ancora oggi, nel paradosso e nella ipocrisia del mondo sportivo e di quello comune, sono fattori inequivocabilmente e maleficamente maggiormente presenti. Caro amico mio viverti ne è valsa la pena, perdona la mia ‘assenza’, ti prometto che presto giocheremo ‘uno contro uno’, ma non ti darò vantaggi. Non piango: me lo hai insegnato tu, allenati”.

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