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Sant’Angelo, l’estate senza smartphone di Stefano ed Emiliano diventa una piccola impresa commerciale

L’appello di un genitore all’assessora Testaferrata: “A scuola niente telefonini, si parli guardandosi negli occhi. La schiavitù da smartphone ruba l’infanzia”

Durante la sagra estiva di Sant’Angelo in Campo, tra stand e tavoli, si è affacciata una scena – comunissima fino a non molti anni fa e oggi del tutto insolita: due ragazzi di dodici anni, Stefano ed Emiliano, senza smartphone in tasca, che si improvvisano venditori di vecchi giochi, figurine, braccialetti e altri piccoli oggetti di cui vogliono disfarsi. Hanno iniziato sugli scalini della chiesa, un po’ timidi, apperecchiando la loro ‘merce’ recuperata in casa. Poi, giorno dopo giorno, si sono organizzati, hanno fatto pratica, e hanno ora un vero banchetto e sorrisi pronti a convincere gli adulti di passaggio.

stefano emiliano

Il loro ‘spirito imprenditoriale’ non si è fermato qui: alla fiera di beneficenza che accompagna i giorni della sagra hanno comprato alcuni biglietti e rivenduto i premi, trasformando così la curiosità dei passanti in un piccolo guadagno. A rendere i due ragazzini atipici non è solo l’iniziativa, ma il contesto in cui crescono. Le famiglie stanno facendo una scelta controcorrente: niente smartphone, almeno per ora. In tasca, al massimo, uno walkie-talkie per comunicare con la famiglia in paese.

stefano emiliano

“Non è facile – confessa una madre – perché le tendenze dellasocietà ti entrano in casa, è una lotta impari. Lo smartphone semplifica la vita, certo, ma rischia di togliere ai giovani la voglia di sperimentare, la pazienza di annoiarsi e il guizzo di inventarsi qualcosa. Gli anni della crescita, dello sviluppo, dell’adolescenza, sono fondamentali per la mente in formazione: se blocchiamo certi stimoli, assecondando la schiavitù da smartphone e social, non so dove finiremo come comunità sociale”.

Nella dimensione del paese questi ragazzini – un gruppetto di cinque coetanei – sono considerati ‘figlioli di tutti’: li si vede al campino, alla chiesa, coinvolti nelle attività della sagra o girare in bicicletta per il puro spirito di stare insieme. “Il Covid ha peggiorato le relazioni – prosegue la madre – e anche la scuola spesso non ci aiuta, consentendo l’uso dei dispositivi digitali. Per questo dobbiamo cercare di stimolare continuamente i nostri figli, portarli fuori, fargli vivere situazioni reali. È faticoso, ma serve”.

“Vorrei lanciare un appello – continua la madre – all’assessora alla scuola del Comune di Lucca, Simona Testaferrata, affinché si faccia portavoce nelle scuole di un principio semplice ma fondamentale: gli smartphone devono restare a casa. A scuola si deve parlare guardandosi negli occhi senza uno schermo in mezzo. Come accade nel mondo del lavoro, anche per chi studia c’è un tempo per l’impegno e un tempo per lo svago: i ragazzi devono impararlo ora, non quando sarà troppo tardi. Un segnale forte da parte delle istituzioni aiuterebbe famiglie e insegnanti a proteggere un’esperienza più autentica dello stare insieme”.

E così, tra una contrattazione e una risata, quel banchettino improvvisato ha finito per diventare molto più di un gioco: una piccola lezione di autonomia, elasticità e creatività. Come una volta, quando le persone si ritrovavano prima in piazza e poi ‘a veglia’ nelle corti e le giornate si inventavano un po’ da sé.