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Il primo cittadino: “Onoriamo questa giornata senza ambiguità né giochi di parole”. Andreuccetti: “La democrazia non è mai scontata”

Celebrazione istituzionale per la Liberazione questa mattina (25 aprile) fra piazza Napoleone e piazza XX settembre.

Davanti a Palazzo Ducale si è tenuta la cerimonia alla presenza della prefetta Cristina Favilli e dei sindaci e dei rappresentanti dei Comuni e di tutte le forze dell’ordine rappresentate dai suoi massimi vertici provinciali.

In piazza si sono tenuti gli interventi ufficiali, fra i quali quello del primo cittadino di Lucca, Mario Pardini: “Quattro volte ho avuto l’onore di parlare in questa piazza. E ogni anno mi faccio la stessa domanda: cosa posso dire senza scivolare nella retorica? Come faccio a far sì che queste parole servano la memoria invece di sostituirla? Quest’anno ho una risposta concreta. Parto da un fatto. Ieri il Comune di Capannori ha ricevuto la Medaglia d’oro al valor civile dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un riconoscimento straordinario, che arriva alla vigilia di questa giornata e le dà un sapore speciale — più vicino, più reale. Faccio i miei più sinceri complimenti al sindaco Del Chiaro e a tutti gli amministratori che l’hanno preceduto. Il presidente Giani, governatore della Toscana da sei anni, ha detto che è la prima volta che assiste a un riconoscimento di questo livello sul nostro territorio. Parole che pesano. Mario Regoli, presidente dell’Isrec, ha usato un’immagine bellissima: ha detto che questo è cemento per la nostra comunità. Cemento. Qualcosa che tiene insieme, che costruisce, che regge il peso del tempo”.

“Ecco come si evita la retorica: partendo da qui – ha proseguito – La storia della Resistenza di questo territorio non è un’astrazione — è reale, è documentata, è viva. Ed è di tutti noi. Di tutti noi. Non di una parte. La libertà che oggi ciascuno di noi ha, è stata pagata da persone che non ci conoscevano. Che non sapevano come saremmo diventati, cosa avremmo pensato, chi avremmo votato. Hanno scelto di sacrificarsi per un’idea di futuro aperto. Non per il loro futuro — per il nostro. Questo mi dà ogni anno una sensazione precisa: di essere debitore nei loro confronti. Ma quel debito appartiene a tutti noi. Sulle montagne e nelle città hanno combattuto insieme persone divise su molte cose, ma unite su una: l’Italia doveva tornare libera. La memoria condivisa che Lucca sceglie non è un compromesso al ribasso — è la verità storica. Quella libertà non ha tessere. Appartiene a chiunque riconosca la Costituzione, nata dal sangue versato, come fondamento della nostra convivenza. Non è proprietà di una parte: è patrimonio di un popolo. E colpisce, rileggendo quella stagione, un dettaglio che spesso dimentichiamo. Pur uscendo da un tempo drammatico — guerra, dittatura, divisioni, barbarie, lutti — la politica seppe parlare non solo contro ciò che era stato, ma soprattutto per ciò che doveva nascere. Per la democrazia. Per la libertà. Per la partecipazione. Per una comunità finalmente intera. Ottanta anni fa Lucca non tornò semplicemente a votare contro un passato. Tornò a votare per qualcosa. E la gente — uomini e donne, per la prima volta insieme — andò in massa, con la convinzione precisa che quel gesto valesse qualcosa. Guardandoci intorno oggi, quella distinzione mi sembra più necessaria che mai. Perché la politica — tutta, non solo una parte — sembra aver dimenticato quella lezione. Si parla quasi sempre contro qualcosa, contro qualcuno. La contrapposizione diventa un fine, non un mezzo. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: metà del paese ha smesso di votare. Non per indifferenza astratta, ma per stanchezza concreta. Perché quando il dibattito pubblico è solo rumore di fondo, la cabina elettorale sembra inutile. Quella stanchezza è il tradimento più silenzioso del 25 aprile. Perché chi versò sangue per darci il voto non immaginava che un giorno avremmo scelto liberamente di non usarlo”.

“Italo Calvino scrisse che dopo la battaglia si trattava di “passare oltre il ponte”. Oltre il ponte c’era un Paese da ricostruire nelle case e nelle coscienze – prosegue Pardini – Oggi quel ponte è ancora lì. È il ponte che unisce memoria e responsabilità. Che unisce il sacrificio dei caduti — i partigiani, i militari, i civili, i deportati, i nomi scolpiti sulle nostre lapidi — al dovere nostro: fare della Repubblica non un ricordo, ma una promessa mantenuta. Perché una libertà senza giustizia sociale è una libertà zoppa. La vera celebrazione del 25 aprile è l’impegno quotidiano: combattere le nuove disuguaglianze, garantire scuola, lavoro, dignità, opportunità. È questo il cantiere che questa data ci ha lasciato aperto. Sono quattro anni che questa amministrazione è in piazza il 25 aprile. Quattro anni che onoriamo questa giornata a testa alta, senza ambiguità, senza giochi di parole. Quattro anni che nelle scuole primarie di secondo grado di Lucca regaliamo la Costituzione ai ragazzi — perché la tocchino, perché la leggano, perché capiscano che quelle pagine non sono cadute dal cielo. Io ho un debito con chi ci ha portato la libertà. E lo ripago così: dando ancora più forza a questa giornata, non meno. Lo farò sempre di più nei mesi che restano al mio mandato. Lo farò spiegando ai giovani che la Costituzione non è un documento — è viva. È il sangue di chi non è tornato, trasformato in diritti. E lo farò ricordando che questa piazza appartiene a tutti. Che il 25 aprile è più grande di qualsiasi bandiera di parte. La memoria non è solo uno sguardo al passato. È la materia con cui costruiamo il domani. Ogni ragazzo che riceve quella Costituzione e la apre sta tenendo nelle sue mani qualcosa che parla al futuro”· 

“La risposta più semplice — e più difficile — che possiamo dare a questa giornata è una sola: non rimanere indifferenti – conclude – Che ci importi del voto, del vicino, della scuola, della piazza, della cosa pubblica. Non serve eroismo — quello appartiene a un momento che fortunatamente non ci è stato chiesto. Chiedo la versione ordinaria di quella scelta: essere presenti. Se il 25 aprile ha un senso, è anche perché ci insegna a riconoscere la lotta per la libertà quando accade, anche lontano da noi. La nostra Costituzione condanna ogni forma di imperialismo e di totalitarismo. Per questo non possiamo girare lo sguardo a quanto sta succedendo nel mondo oggi. La pace vera non nasce dalla resa di fronte alla prepotenza. Nasce dalla giustizia. Ragazze e ragazzi, voi siete nati in questa Repubblica. Non avete visto il coprifuoco, le delazioni, i treni per i lager. E questo è il successo più grande che ci hanno lasciato i nostri nonni e bisnonni. Ma proprio per questo vi chiedo: non date la libertà per scontata. Non è un’eredità automatica. È un mestiere che si impara ogni giorno — rispettando le regole, studiando, votando, partecipando, dicendo no quando serve. La libertà vive se la usate. Muore se la consumate senza custodirla. Lucca oggi non cerca rivincite né divisioni. Lucca si alza in piedi per tutti i suoi caduti. Nel silenzio, ciascuno porta la sua storia. Ma il silenzio è uno solo. E parla per tutti. Onoriamo il 25 aprile facendo vivere la Repubblica. Onoriamo la Costituzione applicandola. Onoriamo i morti costruendo per i vivi un Paese e un mondo più giusto. Viva il 25 aprile. Viva la Repubblica. Viva l’Italia libera, unita, europea”.

Così Patrizio Andreuccetti, che ha rappresentato sul palco la Provincia di Lucca per il secondo anno consecutivo: “Il 25 aprile è il giorno che rende possibile tutto ciò che siamo oggi: una democrazia, una Repubblica, un Paese in pace. È il giorno che ci ha consegnato la libertà e i valori della nostra Costituzione. È il simbolo della lotta dei partigiani – tante donne, tanti giovani – e del sacrificio di chi ha dato la vita per il futuro dell’Italia. Penso al dramma di Sant’Anna di Stazzema, a don Aldo Mei, a Silvio Ferri, che salvò Partigliano mettendo a rischio la propria vita. Il 25 aprile ci ricorda che la democrazia non è mai scontata: vive solo se la riempiamo ogni giorno di partecipazione. Ci chiama all’impegno per la pace, sempre. Non è una giornata divisiva, ma profondamente unitaria: resa possibile da donne e uomini di culture diverse – socialisti, cattolici, comunisti, liberali, repubblicani, persino monarchici – che, insieme e con il fondamentale contributo degli Alleati, hanno liberato l’Italia e aperto una nuova storia. Il 25 aprile parla soprattutto ai giovani. E ci invita, tutti, a fare la nostra parte oggi, per costruire un domani migliore. Mentre ero lì pensavo a mio nonno Romano, che proprio grazie a Silvio Ferri ebbe salva la vita, a mio papà Alberico, che i valori del 25 aprile me li ha scolpiti sul cuore. Ci sono giorni e memorie che passano, ma questa no: la Liberazione è e sarà per sempre dentro di noi”.