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Da “porto franco” per i pazienti dell’ospedale, a cuore pulsante del paese. Ma la fatica si sente: “Avrei bisogno di un aiuto per poter continuare ancora l’attività”

Il tempo ha svuotato i corridoi del manicomio di Tobino, ma c’è un’attività che da un secolo e mezzo resiste al passare delle epoche. La Bottega del Falaschi è molto più di un alimentari e un negozio di vicinato: è un archivio di vita vissuta. Al timone c’è Roberto Falaschi, che con lo sguardo attento di chi ha visto passare la storia, gestisce l’attività insieme al supporto costante del fratello Vittorio. Insieme, i fratelli Falaschi sono il volto accogliente di una simbiosi centenaria, quella tra Maggiano e il suo imponente, e talvolta ingombrante, vicino di casa.

La Bottega del Falaschi

Per oltre un secolo, la bottega è stata l’unica finestra sul mondo per centinaia di anime. Gli infermieri scendevano per staccare dal turno, i malati arrivavano per cercare quel contatto umano che solo un commercio fatto di relazioni sa offrire. Oggi, però, questa storia centenaria si trova davanti a un bivio. Roberto si avvicina al meritato traguardo della pensione e Vittorio, colonna storica della bottega, sente il peso degli anni. Ma la serranda dei Falaschi non vuole abbassarsi ed è alla ricerca di una mano giovane che possa alleggerire il peso della gestione ai due fratelli, per poter proseguire una storia lunga più di cento anni.

La Bottega del Falaschi

“Io ho ereditato la Bottega da mio fratello Vittorio – racconta Roberto -, avevo provato a lavorare in fabbrica, ma avevo capito che non era roba per me. Quando ero piccolo sono cresciuto dietro le sottane di mia mamma e dietro il banco dell’alimentari e crescendo è cresciuto anche il rapporto che avevamo con l’ex ospedale psichiatrico. Quando ero piccolino ricordo che tutti i malati erano dentro il bar, fumavano la pipa, sigarette senza filtro e ogni anno il locale andava completamente pulito dal giallo del fumo”.

Negli anni, sia per il manicomio di Maggiano che per la Bottega del Falaschi, un grande spartiacque fu l’introduzione della Legge Basaglia.

“Con l’introduzione della Legge Basaglia i malati erano proprio liberi – prosegue nel racconto Roberto -. Erano nostri assidui frequentatori, la nostra clientela erano loro, c’erano alcuni di questi che erano tranquilli e calmi, altri erano più agitati e arrivavano anche alle mani. Poi la Legge Basaglia voleva sistemare tutti nelle case famiglia, ma credo proprio che non sia andata così, perché erano troppo poche per la quantità di pazienti. Poi la storia del manicomio si è conclusa in poche pagine, ma ancora rivive perché ci sono persone appassionate che cercano di far rivivere questa storia. Voglio quindi ringraziare in particolare Isabella Tobino che vedo che si dà da fare, anima e corpo per riuscire a risistemare l’ospedale”.

La Bottega del Falaschi

Il padre di Roberto e Vittorio Falaschi lavorava come infermiere all’interno dell’ospedale psichiatrico di Maggiano ed era stato grande amico di Mario Tobino.

Conosceva Tobino, veniva a trovarlo qua a casa, qualche volte gli ha portato anche dei libri – dice Roberto -. Anche mio fratello Vittorio l’ha conosciuto ed essendo più grande di me forse se lo ricorda meglio. Nostro padre era infermiere a Maggiano e quindi ha lavorato lassù per molti anni, fianco a fianco con Mario Tobino”.

Oggi Roberto, con il tempo che avanza e anche l’età, sta iniziando a maturare l’idea di andare in pensione.

“Quando dicevo che sono cresciuto attaccato alla sottana dei miei genitori, significa che sono stato qua una vita e ad oggi inizio ad essere anche un po’ stanco – spiega -. Avrei bisogno, come dire, di un aiuto per poter continuare ancora l’attività. Mi erano venute anche delle brutte idee di mollare tutto, ma forse una collaborazione potrebbe essere la soluzione giusta”.

Ad oggi la Bottega del Falaschi è frequentata da numerose persone provenienti anche da fuori, che ne hanno sentito parlare e sono incuriositi dalla sua storia e dal legame con l’ospedale psichiatrico, che ha avuto nuovo lustro con la produzione Rai.

“Si, vengono anche da fuori – conferma Roberto -. Sono interessati alle storie e io gliele racconto. Ad esempio c’era un paziente che si faceva riempire le bottiglie di Coca Cola in vetro d’acqua, le faceva scaldare fino a che non fumavano e poi le tracannava bollenti. Un altro paziente una volta comprò un’arigna, l’afferrò dalla coda e iniziò a mangiarla dalla testa fino infondo senza pause”.

Ma le storie vissute dai pazienti toccano anche il cuore, perché nell’isolamento di quelle mura nascevano sentimenti, amicizie e anche amori.

“Ricordo la ‘mestrina’, la chiamavamo così perché era una maestra ma perse il lavoro perché alcolizzata e il suo compagno era un tranquillone, però erano innamorati e stavano sempre insieme. Non sono i soli”.

Roberto ricorda anche un amico nato e cresciuto nell’ospedale psichiatrico: “Questo signore nacque in tempo di guerra e a 3 anni lo portarono nel manicomio e lo rinchiusero in un salone ed è cresciuto li. A 3 anni crescere li non era facile, a quel tempo c’erano degli stanzoni dove stavano i malati tutti insieme, indipendentemente dall’età e dai problemi. Questo ragazzo crebbe lì dentro ma era una persona squisita, era educato, non ci vedeva ma sapeva le date di nascita di tutte le persone che vivevano qui. A lui volevamo molto bene, ci eravamo affezionati. Adesso purtroppo è morto”.