La mobilitazione
|Dalla riforma degli istituti tecnici ai salari, torna in piazza la protesta dei docenti
Giovedì (7 maggio) presidio in piazza San Michele alle 9,30, seguito da un corteo diretto verso la sede dell’Ufficio Scolastico Provinciale
La protesta del mondo dell’istruzione torna a farsi sentire con forza a Lucca. Giovedì (7 maggio) è stato indetto uno sciopero generale della scuola con un appuntamento centrale: un presidio in piazza San Michele alle 9,30, seguito da un corteo diretto verso la sede dell’Ufficio Scolastico Provinciale (Usp). Al centro della mobilitazione, sostenuta da Rino Capasso (Cobas Scuola) e Antonio Mercuri (Flc Cgil), c’è una piattaforma di rivendicazioni che spazia dalla riforma dei tecnici alle condizioni salariali del personale.
Il punto più critico è rappresentato da quella che i sindacati definiscono senza mezzi termini la “controriforma degli istituti tecnici”. Secondo gli organizzatori, il nuovo assetto “riduce le ore di insegnamento sia delle materie culturali di base che di quelle di indirizzo”, introducendo una quota di flessibilità gestita dagli istituti in base alle “esigenze imprenditoriali locali”. Il timore espresso è quello di una “subordinazione della scuola agli scopi aziendali, in particolare alla disponibilità di manodopera dequalificata, precaria e con bassi salari”. In questa visione, la scuola si trasformerebbe in un semplice “addestramento al lavoro”, anticipando a 15 anni i percorsi di formazione scuola lavoro e portando a un “significativo e insopportabile taglio delle cattedre”.
La protesta investe anche gli strumenti di valutazione e i programmi. I “quiz Invalsi” vengono bocciati in quanto basati su “pseudo-misurazioni, incomplete e che non hanno alcuna validità scientifica”, favorendo una didattica che mira al teaching to test anziché allo sviluppo dello spirito critico. Forti critiche vengono mosse anche alle Nuove indicazioni nazionali (Nin), accusate di avere un’impostazione “nazionalista ed etnocentrica basata sulla superiorità dell’Occidente”, dove la personalizzazione dell’insegnamento servirebbe a confermare la “gerarchia sociale di partenza in un’ottica classista”.
Sul fronte economico e contrattuale, i sindacati denunciano retribuzioni decisamente inferiori alla media dei paesi Ocse (+23,4%) e del G7 (+32,7%). La richiesta è perentoria: “recupero almeno del 24% di potere di acquisto perso da docenti e Ata dal 1990 al 2026”, oltre all’istituzione del “ruolo unico docente” per eliminare le disparità tra i diversi gradi di istruzione.
Infine, resta aperta la piaga del precariato, che coinvolge oltre un quarto del personale. Per i sindacati, questa situazione “nega il diritto al lavoro e a un salario decente” e compromette la continuità didattica. Tra le soluzioni proposte figurano l’eliminazione delle “classi-pollaio” (con un massimo di 20 alunni), l’immissione in ruolo di chi ha maturato tre anni di servizio e “l’equiparazione di stipendi e diritti dei precari con quelli del personale di ruolo”, in conformità con le direttive della Corte di Giustizia Europea.
Proprio su questi temi, il Comitato dei docenti degli Istituti tecnici di Lucca consegnerà all’Usp le 500 firme raccolte per chiedere la revoca immediata della riforma.


