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Esami finali, un’insegnante: “Il senso non è verificare la memoria ma la maturità del pensiero”

Michela Stefani: “Se uno studente ha davvero imparato a leggere la letteratura può accostarsi anche a un autore non affrontato in classe”

Primo giorno di maturità, parla una insegnante. È Michela Stefani, docente di lettere dell’istituto tecnico per geometri. 

“Ogni anno, all’indomani della prima prova, riemerge la stessa discussione: “Non avevamo fatto quell’autore”, “Non era nel programma”, “Non ce lo aspettavamo”. – dice –  Eppure il senso più profondo della maturità non è verificare se uno studente abbia memorizzato una lista di autori o di opere. Se così fosse, basterebbe una prova di nozioni.

 La maturità dovrebbe accertare qualcosa di più alto: la capacità di leggere, comprendere, interpretare e interrogare un testo; la capacità di mettere in relazione parole, idee, esperienze umane e contesto storico; la capacità di pensare.

 Se uno studente ha davvero imparato a leggere la letteratura, allora può accostarsi anche a un autore non affrontato direttamente in classe. Certo, la conoscenza aiuta, ma ciò che conta è possedere gli strumenti dell’analisi, della riflessione, del giudizio critico.

 È questo il compito più nobile dell’insegnamento delle lettere”.

“La letteratura non serve soltanto a conoscere Manzoni, Leopardi, Verga o Pavese. Serve a comprendere l’uomo – prosegue – Ci educa alla complessità, ci abitua a convivere con le domande per le quali non esistono risposte immediate, ci insegna a riconoscere le sfumature del reale in un tempo che tende invece a semplificare tutto.

Per questo non dovremmo mai considerare l’italiano e le discipline umanistiche come materie “di serie B”.  Sono, al contrario, le discipline che forniscono gli strumenti per interpretare il mondo, per esercitare il pensiero critico, per comprendere noi stessi e gli altri. Sono quelle che, domani, aiuteranno i nostri studenti a orientarsi davanti ai problemi autentici della vita, alle scelte morali, alle responsabilità civili, alle sfide del loro tempo.

La scuola non può limitarsi a trasmettere contenuti. Deve formare menti capaci di leggere la realtà.

 E allora la domanda non dovrebbe essere: abbiamo studiato Pavese?“.

“La domanda dovrebbe essere: “Abbiamo imparato a leggere Pavese, e con lui qualsiasi altra voce della letteratura, come occasione per comprendere qualcosa di più dell’esperienza umana?”. Se la risposta è sì, allora il lavoro della scuola ha raggiunto il suo scopo più alto. E la maturità diventa davvero ciò che il suo nome promette: non la verifica di un programma svolto, ma una prova di maturità del pensiero”.