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Odio e violenza nei commenti on line, ora basta

nohateSinceramente, basta.
Non passa giorno, se va male non passa ora, che sui social network a commento degli articoli della nostra come di altre redazioni non arrivi una cascata di commenti che hanno come unico denominatore l’odio per l’altro. Che sia un avversario politico, una persona con un colore diverso della pelle, semplicemente qualcuno che la pensa diversamente sugli argomenti più disparati. Gli anglosassoni, il cui sistema riesce evidentemente a captare in anticipo i campanelli di allarme, lo definiscono hate speech, discorso d’odio. Un discorso non argomentato ma che semplicemente ha come obiettivo il disprezzo, la negazione al confronto, il mancato riconoscimento di ogni legittimazione. Invece di parlare, criticare, commentare, dissentire, insomma, si alza una bandiera, si lancia una secchiata di letame e via, senza attendere reazione, giustificazione, analisi, spiegazione.


Il tutto, diciamolo chiaramente, agevolato dalla facilità di accesso alle informazioni da una parte e dal presunto anonimato, troppo spesso sinonimo di impunità, che la “rete” concede. E allora, in sequenza e solo per fare gli esempi degli ultimi giorni, si può augurare la morte a un neonato, solo perché figlio di migranti o si può vilipendere in maniera volgare e violenta il presidente della Repubblica. Commettendo, in realtà, dei veri e propri reati, che vanno dall’istigazione all’odio razziale fino al vilipendio del Capo dello Stato, appunto. E solo per il fatto di possedere un pc, uno smartphone, un tablet e una connessione wifi per affidare al mondo il proprio “messaggio”.
Per chi, come noi, cerca di compiere il proprio mestiere in maniera seria e deontologicamente corretta, sinceramente, tutto questo è frustrante. Perché, per alcuni di questi commentatori non sarebbe possibile, neanche lecito, raccontare un lieto evento in un luogo non certo di felicità come il centro di accoglienza di via delle Tagliate oppure la giornata in città del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pur accolto con freddezza da Lucca e dai lucchesi e con una organizzazione onestamente da rivedere, seppur dettata da motivi di sicurezza.
E’ possibile tutto questo? Evidentemente sì ed è un fenomeno che non si può arginare né con ipotesi di censura, che ogni tanto riemergono fra proposte di legge e iniziative extraparlamentari, né abbattendo la scure della legge su chi si macchia di questi commenti odiosi. Certo, sarebbe possibile rivedere alcune fattispecie penali del nostro codice facendo rientrare una serie di situazioni in quello che negli Stati Uniti viene definito “crimine d’odio” (in questo caso con l’aggravante della diffusione attraverso media sociali, ad alto tasso di viralità). Ma questo aprirebbe inevitabilmente a una discrezionalità che potrebbe essere invece utilizzata per impedire la libera manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione repubblicana. E aprirebbe a critiche opposte, ovvero alla volontà di limitare la democrazia proprio nel nome di quella democrazia che si vuole difendere.
E allora che fare? Forse occorrerebbe ripartire dalla convinzione che la stragrande maggioranza dei cittadini, degli utenti dei social, della comunità attiva civicamente e politicamente non è rappresentata dai soggetti che inondano le bacheche di insulti fini a sé stessi e per niente costruttivi. La maggioranza delle persone, pur avendo opinioni diverse pur, legittimamente, contestando le politiche sulla migrazione o le modalità di elezione e la stessa rappresentatività di un presidente della Repubblica, per limitarsi ai casi recenti, ha posizioni critiche ma non distruttive, polemiche ma non improntate all’odio. E dovrebbe far sentire la propria voce di dissenso, alta e forte, alla deriva giustizialista e pseudoanarchica di qualcuno.
Se i giornalisti, quelli che non hanno alcun interesse a cavalcare gli slogan del momento in cambio di un (inutile perché non produttivo) click in più o per una copia in più di un giornale, cercheranno di continuare a fare il proprio mestiere senza farsi condizionare da una presunta maggioranza urlante (quella silenziosa, si sa, si esprime nel segreto dell’urna) i cittadini, gli utenti, i lettori, dovrebbero anche loro contribuire a diluire, con la critica intelligente, la discussione argomentata, il dissenso e, quando è convinto e sentito, il plauso una valanga di inutile niente incendiario che tempesta le bacheche di Facebook, Twitter e quant’altro.
La democrazia, intesa in senso ampio, non è solo garantire una libera manifestazione del pensiero. Ma anche tutelare e difendere i caposaldi stessi della democrazia stessa. Incanalando l’indignazione, il dissenso, la protesta (di cui pubblicamente, nelle piazze reali, non si vede più traccia) in modalità che contribuiscano a risolvere i problemi e le criticità e non ad acuirli.
E in questo senso anche la politica, quella avvertita così distante dai cittadini che ne vedono la causa di tutti i mali del nostro presente, può avere il suo ruolo. Affermando con chiarezza, non senza qualche dose di rischio a livello di consensi, di non ambire al voto di chi vuole mandare al rogo gli stranieri, al confino gli omosessuali, in gabbia i Rom, in Siberia chi la pensa diversamente, da qualunque parte la si veda.
Un paese, qualunque esso sia e da chiunque sia governato, fondato sull’odio e sulla mancanza di rispetto verso l’altro, è un paese che è destinato ad essere sconfitto, prima o dopo, dalla Storia. E che non si interroga sulle proprie responsabilità, prima ancora che sulle emergenze.
Per questo tutti siamo chiamati ad elevare il livello del dibattito e della discussione. In un patto civico che dica no a hate speech e crimini d’odio senza trascendere nel buonismo e nell’ipocrisia. Un obiettivo possibile perché, sinceramente, #bastaodio.

Per dire la tua manda un sms o un messaggio Whatsapp al numero 366.8222214.

Enrico Pace

Ultima modifica ilSabato, 04 Marzo 2017 12:27

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