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Imprese della plastica dicono no a penalizzazioni foto

Un materiale ingiustamente e immeritatamente demonizzato, opposizione netta a penalizzazioni fiscali o di altro genere, disponibilità delle imprese a potenziare il riciclo e a far crescere una reale consapevolezza dell’impronta ambientale dei diversi prodotti e materiali. Questo il messaggio lanciato questa mattina (27 novembre) nel corso del convegno dal titolo L’industria della plastica tra sostenibilità e innovazione organizzato a Palazzo Bernardini da Confindustria Toscana nord e Unionplast – Federazione Gommaplastica, l’associazione nazionale di categoria dell’universo Confindustria.

Come è stato fatto notare durante l’incontro, la plastica, suo malgrado, un elemento di grande attualità: additata come di per sé dannosa per l’ambiente. Una visione che le imprese respingono fermamente sottolineando, che senza una valutazione dell’intero ciclo di vita di un prodotto, non si possono nè conferire patenti di virtù ambientale nè emettere condanne motivate da presunte dannosità. A provocare danni – sostengono gli indstriali del settore – non sono infatti nè la produzione nè l’uso della plastica ma la sua dispersione nell’ambiente: in sostanza, comportamenti umani errati, lontani dalle più elementari regole di civile convivenza.
“È cresciuta l’attenzione per l’ambiente, cosa che apprezziamo come cittadini e come imprenditori – dichiara Fabia Romagnoli, componente del Consiglio di presidenza e delegata alla sostenibilità di Confindustria Toscana nord -. Ma la diffusione della cultura ambientale non è andata di pari passo. La sostenibilità ambientale deve sostanziarsi in una visione corretta e ponderata della realtà, non tradursi in una emotività eticamente lodevole ma non sostenuta da basi scientifiche. Per questo uno dei messaggi che abbiamo voluto mandare con questo convegno è che per stabilire quale impatto abbia effettivamente un prodotto sull’ambiente, non ci si può fermare a impressioni soggettive ed episodiche ma bisogna considerarne l’intero ciclo di vita. E non basta nemmeno fare queste valutazioni: bisogna anche confrontare il ciclo di vita di uno specifico prodotto con quello dei prodotti con cui dovremmo sostituirlo se decidessimo di farne a meno. Solo ragionando in questi termini è possibile stabilire un prodotto come più o meno ecosostenibile.
“L’industria della plastica in sè non genera rifiuti dato che gli scarti vengono riassorbiti all’interno del ciclo produttivo – insiste Romagnoli -. Inoltre, le nostre aziende non producono emissioni di gas o di liquami come altri settori produttivi, penso al cartario o al tessile. Per questo è importante tener presente che non è la plastica il problema ma i cattivi comportamenti delle persone”.
Fra gli argomenti più scottanti affrontati nel corso del convegno, anche la Direttiva europea sui prodotti monouso che nel giro di due anni dovrebbe portare alla loro progressiva e drastica riduzione e alle relative penalizzazioni fiscali – anche se anche se il testo è ancora molto fluido – per gran parte del settore che potrebbero essere inserite nella Legge di bilancio per il 2020. “La Direttiva europea include anche obblighi di etichettatura, per informare i consumatori sul corretto smaltimento dei rifiuti, sul contenuto di plastica e sull’impatto ambientale oltre a misure relative alla progettazione dei prodotti, ad esempio bottiglie con tappi collegati per limitare la dispersione dei materiali – osserva Romagnoli -. Indicazioni di buon senso, alle quali le aziende non hanno motivo di opporsi. Per quanto riguarda il monouso la questione è più complessa: sul piano tecnico le plastiche monouso, come tutte le plastiche, sono facilmente riciclabili e quindi non hanno intrinsecamente nessuna caratteristica che le possa far bollare come nemiche per l’ambiente. Casomai sono i contesti e le modalità d’uso che producono effetti particolarmente dirompenti. Le imprese pagano e vengono additate per questi comportamenti di cui però non hanno alcuna responsabilità”.
“La plastica in questo momento viene demonizzata perché tutti noi rimaniamo scossi dalle immagini dei rifiuti in mare – commenta Deni Severini di Altene Spa, azienda di Guamo -. Il problema però non è la plastica ma il comportamento sbagliato delle persone. Il nostro settore non consuma acqua, non ha emissioni nocive per l’ambiente, gli scarti vengono riutilizzati completamente nella produzione. Occasioni come quella di oggi devono servire a far capire che la plastica ha molti pregi che devono essere valorizzati”.
Un passaggio poi è stato riservato anche alla cosiddetta Plastic tax che, secondo Confindustria, potrebbe avere risvolti addirittura drammatici, non solo per le aziende ma anche per i consumatori: “La plastica è diventata un capro espiatorio – afferma Romagnoli -. Tassando la produzione però si mettono in ginocchio le aziende o le si induce a riversare l’onere sui consumatori. Niente di virtuoso dal punto di vista ambientale ma una sottrazione ai bilanci aziendali di risorse che potrebbero essere destinate all’innovazione. Bisognerebbe lavorare di più invece sul riciclo e non solo con la ventilata introduzione di un credito d’imposta del 30% per riconvertire gli impianti. Ciò che veramente manca è un mercato pronto a recepire i prodotti in plastica riciclata senza diffidenze. Una piano nazionale che andasse in questa direzione potrebbe essere decisivo per far crescere il riciclo. Tecnicamente parlando, infatti, la plastica è facilmente riciclabile; è una produzione che, con materie prime vergini o di riciclo, utilizza poca energia, dato il basso punto di fusione necessario, e non ha bisogno di acqua. Anche questo dovrebbe essere considerato quando si pensa alla plastica.”
Sulla stessa linea il presidente di Unionplast Luca Iazzolino: “La sostenibilità della plastica fa i conti con la disinformazione. La plastica è un materiale straordinario sotto diversi punti di vista e abbiamo il dovere di difendere il progresso che essa ha consentito non solo in relazione alla possibilità di accedere ai consumi per una molteplicità di individui, ma soprattutto per le garanzie in termini di sicurezza – e non solo – che ha potuto offrirci. Plasticfree è uno slogan che danneggia il paese, il lavoro e i consumatori come qualunque tassa priva di una concreta etica ambientale. Questo odio globale vede la plastica come problema perché il suo fine vita è percepito come una criticità – ed è chiaro che lo sia laddove il rifiuto non è gestito- ma dovremmo piuttosto far comprendere che senza la plastica gli impatti ambientali complessivi sarebbero più gravi benché non immediatamente tangibili come un rifiuto di plastica abbandonato. La vera sfida è far sì che i rifiuti siano ‘gestiti'”.
Infine una battuta anche per quanto riguarda gli aspetti legati alla comunicazione: “Il termine ‘plastic free’ tanto in voga attualmente è illusorio oltre che ingannevole – commentano Romagnoli e Severini -. Sfidiamo chiunque, legislatori in primis, a dimostrare di essere veramente ‘liberi’ dalla plastica. Ciò che serve invece è una maggiore consapevolezza sui prodotti e sui materiali plastici. Su questo fronte ci impegneremo molto nei prossimi mesi”.
La realtà lucchese. Nell’area coperta da Confindustria Toscana nord (Lucca, Pistoia e Prato) il settore della plastica conta 190 stabilimenti con 2200 addetti che rappresentano un terzo del totale toscano. Solo a livello di export, la plastica nelle tre province vale 190 milioni di euro, il 38% del totale toscano. Lucca è la provincia che ospita la maggior parte di queste realtà, con 86 aziende e 980 dipendenti. Le produzioni sono fortemente specializzate e vantano imprese di eccellenza da cui escono lastre, fogli, tubi e profilati, imballaggi di varia tipologia, prodotti in plastica per l’edilizia, il vivaismo, casa, animali domestici oltre ad adesivi articoli religiosi e molto altro.

 

 

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