Ebret, allarme per l’artigianato in crisi: “Servono più risorse per la cassa integrazione”

Durante il lockdown sospese il 63 per cento delle attività in provincia di Lucca: si teme per l'occupazione

Come ogni anno in estate, l’Osservatorio dell’artigianato dell’Ebret esce con la propria analisi semestrale sul sistema delle imprese artigiane toscane. Lo studio, sempre ricco di informazioni, in questa uscita prova a delineare anche un primo bilancio sugli effetti della pandemia, sia in termini di prestazioni erogate dalla bilateralità (con numeri assolutamente impressionanti rispetto al passato), sia per quanto concerne i primi dati sull’economia regionale, colpita molto duramente dalla pandemia.

Anche l’artigianato toscano sta subendo pesanti ripercussioni a seguito della crisi innescata dalla diffusione del contagio da Covid 19: ad incidere negativamente sono non soltanto il drastico calo della domanda, interna ed estera, il diffuso blocco dell’attività produttiva conseguente alle misure di contenimento decise dalle autorità ed il crollo della liquidità aziendale, ma anche, soprattutto in prospettiva, l’incertezza su tempi e modalità del pieno “ritorno alla normalità”. A confermarlo sono i dati del sesto rapporto annuale sul settore artigiano, realizzato dall’Osservatorio imprese artigiane dell’Ebret.

Alla fine del mese di marzo, attraverso la linea Covid costituita nell’ambito del Fondo di solidarietà bilaterale dell’artigianato (la cassa integrazione delle imprese artigiane), l’ente bilaterale aveva già autorizzato circa 4 milioni di ore di integrazione salariale a favore dei dipendenti delle imprese artigiane: un ammontare che, con riferimento al solo primo mese di lockdown, risulta pari a otto volte quanto complessivamente autorizzato nell’intero anno 2019, interessando oltre 15mila imprese e quasi 60mila dipendenti (per un importo erogato pari a quasi 26 milioni di euro, cui si aggiungono circa 10 milioni di euro di contribuzione previdenziale). Gli interventi hanno riguardato principalmente i dipendenti della meccanica-installazione impianti (quasi 20mila lavoratori) e del sistema moda (poco meno di 13mila dipendenti); a livello territoriale, i lavoratori interessati operano invece prevalentemente nelle province di Firenze (oltre 17mila unità), Prato e Arezzo (circa 8500 lavoratori in entrambi i casi), e Pisa (6 mila).

Per la mensilità di aprile i lavoratori interessati dalle misure di sostegno al reddito sono oltre 80mila per un costo diquasi 60 milioni di euro, mentre tra marzo ed aprile le ore di cassa integrazione già autorizzate nell’artigianato toscanosono più di 13 milioni.

Secondo le prime stime, le misure di sospensione dell’attività hanno riguardato il 58 per cento delle imprese artigiane (con dipendenti) ed il 53 per cento dei relativi lavoratori. I settori maggiormente interessati dalla prima fase di lockdownsono stati quello dei servizi (chiusura dell’attività per il 78 per cento delle imprese del settore), del legno-mobili (73%), della meccanica-installazione impianti (70%). A livello territoriale, ad essere maggiormente interessate dalla sospensione delle attività sono state invece Pisa (68%), Arezzo (67%), Pistoia (64%) e Lucca (63%).

Allargando lo sguardo ai prossimi mesi, l’indagine condotta presso un campione di circa 750 aziende artigiane toscane con dipendenti consente di valutare le possibili conseguenze e sviluppi della crisi, attraverso un’analisi delle aspettative espresse degli imprenditori per l’intero anno 2020.

I risultati della rilevazione confermano che l’anno in corso è destinato ad essere caratterizzato da ampi e diffusi cali del fatturato (segno “meno” atteso da quasi il 60% delle imprese intervistate), con una variazione media rispetto al 2019 che si attesterà, nelle previsioni degli imprenditori, al -29,7%.

Cali ampiamente superiori si registrano tuttavia per la filiera pelle-calzature (-42%), trasporti (-41%), carta-stampa (-36%), agroalimentare (-35%) e abbigliamento (-34%), mentre variazioni attorno al -30 per cento sono attese per estrazione e lavorazione metalli, meccanica, legno-mobili e installazione impianti.

Cali più contenuti, ma comunque non inferiori al  -20%, sono infine previsti per servizi (-27%), prodotti in metallo (-27%), tessile (-26%), chimica-gomma-plastica (-26%) e riparazioni (-22%).

A livello territoriale, l’impatto della crisi si rivela più accentuato nelle province di Massa Carrara (-35%), Siena (-34%) e Pisa (-34%); Lucca, Prato, Livorno e Pistoia fanno registrare cali di poco superiori al -30 per cento; mentre sono di Firenze (-29,5%), Grosseto (-27%) e Arezzo (-23%) le variazioni negative meno pronunciate.

A differenza delle precedenti indagini, le difficoltà interessano inoltre indistintamente anche le imprese caratterizzate da un profilo qualitativo mediamente più elevato delle proprie produzioni (artigianato artistico e tradizionale -31,9%) e le aziende contraddistinte da comportamenti imprenditoriali maggiormente orientati alla crescita, riguardando cioè anche quelle che hanno intrapreso percorsi di innovazione, che operano sui mercati internazionali o che sono attive in reti collaborative. La crisi in corso rischia dunque di compromettere anche la tenuta delle realtà imprenditoriali più “dinamiche” e caratterizzate da un più elevato potenziale competitivo, come testimonia del resto lo stesso crollo della propensione ad investire: nel 2020, la quota delle imprese che prevede di effettuare investimenti è pari all’11%, meno di un terzo di quanto rilevato a consuntivo per la media del biennio 2018-2019 (36%).

Se questo è il quadro, anche le ripercussioni sull’occupazione appaiono purtroppo profonde e diffuse. Pur tenendo conto del massiccio intervento degli ammortizzatori sociali e di una maggiore resilienza – sotto il profilo in esame – delle imprese artigiane, anche in virtù della natura “familiare” che ne contraddistingue normalmente la conduzione, quasi un’impresa su quattro (23%) prevede di ridurre i propri organici nel 2020, per una variazione occupazionale pari al -11,6%. Si tratta di un saldo netto negativo fra lavoratori in ingresso ed in uscita quantificabile in circa 13 mila posizioni (fra dipendenti e indipendenti), cui contribuiscono soprattutto tre settori (il 23% nei servizi, il 17% nel sistema moda, il 13% nell’agroalimentare), nei quali si concentra oltre il 50% della diminuzione prevista complessivamente considerata.

Il presidente dell’Ebret, Mario Catalini, sottolinea lo straordinario sforzo compiuto dall’Eete per fronteggiare la pandemia. “L’Ebret ed il sistema Fsba – ricorda Catalini – hanno dimostrato da subito una straordinaria capacità di mobilitazione per rispondere ai problemi suscitati dalla pandemia, tanto che abbiamo messo a disposizione di imprese e lavoratori una misura specifica per il Covid, ancora prima che il governo si attivasse, e siamo stati molto celeri nell’erogare le prestazioni fin tanto che abbiamo usato le risorse accantonate nel fondo di Fsba. Quando le risorse del nostro fondo si sono esaurite ed abbiamo dovuto far affidamento sulle risorse messe a disposizione dal governo, ci siamo dovuti confrontare con tempistiche burocratiche inaccettabili, che stanno ritardando oltremisura i tempi di erogazione delle prestazioni. L’Ebret continua ad operare con grande celerità, tanto che stiamo validando e mandando in pagamento la mensilità di maggio, ma la inspiegabile lentezza della burocrazia statale non ci ha ancora messo a disposizione le risorse necessarie per completare il pagamento della mensilità di aprile”.

“Siamo ben consapevoli che questa situazione non è più accettabile; confidiamo – conclude Catalini – che il governo cambi passo rapidamente, perché anche da una efficiente gestione degli ammortizzatori dipende la ripartenza di un Paese ancora incapace di rialzarsi”.

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