Pronto soccorso in affanno, il primario del Versilia: “I medici non possono essere sempre il capro espiatorio”

Il dottor Giuseppe Pepe: "I pochi dottori e infermieri rinunciano a ferie e vita personale per salvare le vite"

L’allarme, l’ennesimo, sull’ospedale Versilia, è stato lanciato ieri (9 agosto) dal sindacato Nursind che parla di un pronto soccorso come un “campo di battaglia”. 

Ospedale Versilia, personale allo stremo. Nursind: “Il pronto soccorso è un campo di battaglia”

Una situazione di disagi, quella descritta dalla sigla sindacale (e che coinvolge anche altri reparti, incluso il Cup) dove i medici, e gli infermieri, affrontano, quotidianamente, e soprattutto in questo periodo estivo, che vede, in Versilia, la popolazione più che raddoppiata, con la presenza dei vacanzieri, una sorta di “guerra”: ambulanze in coda, davanti all’ingresso, ore di attesa per essere visitati e curati, e anche giorni per poter avere un posto letto.

Anche se, per amor del vero, non sono pochi i ringraziamenti e gli attestati di stima, anche sui social, da parte di chi, anche negli ultimi giorni, si è dovuto rivolgere alle cure del pronto soccorso e che descrive i medici come professionisti attenti, preparati e disponibili

Facciamo il punto con il primario del pronto soccorso, dottor Giuseppe Pepe, in prima linea per affrontare, quotidianamente, il compito di assistere chi si rivolge al reparto di emergenza urgenza.

Il calore estivo e il tutto esaurito in Versilia rischiano di far scoppiare l’ospedale Versilia. La prima linea della emergenza e le ambulanze del 118 sono in carenza ed in pesante affanno. Come si pensa di affrontare il difficile momento?

“È possibile solo amministrando il tempo. Siamo esperti nel gestire le emergenze sul fattore tempo. Anche in inverno la Versilia registra numeri da grande città. Siamo ben allenati anche se stremati. In questi momenti si deve dividere “il tempo” per tutti quelli che arrivano in pronto soccorso che richiedono aiuto al 118. In pronto soccorso significa dividere i 60 minuti per 10 ammalati nuovi che arrivano ogni ora. Che equivale per il medico di turno amministrare i pochissimi minuti a disposizione per assistere un ammalato grave, ma anche per rispondere a quelli che hanno poco”.

Il personale non è sufficiente quindi? Si riesce a fare tutto comunque?

“Il personale medico da dedicare nel pronto soccorso è una carenza in tutta Italia. Nessuno vuole più fare questo lavoro disagiato e poco gratificante. Ma intanto quei pochi rimasti devono continuare a farlo. Anche sacrificando ferie e vita personale. Riscontriamo difficoltà in tutto il comparto sanitario, carenza di servizi e liste di attesa attenzionate. Purtroppo sulle “liste di attesa” nei pronto soccorso è difficile intervenire perché il problema è del sistema e non delle strutture in sè, che non possono avere margini di miglioramento. Si parla di tempo in ore e non di mesi. Il margine è già minimo e le attività sono incomprimibili”.

Quale è il morale del personale?

Solo grazie al clima interno e alla dedizione di quelli che resistono riusciamo a tenere sotto controllo la situazione ed assicurare i percorsi delle emergenza. Ma si percepisce che non può durare a lungo. Ci sono già le prime dimissioni di medici che abbandonano per andare a stare meglio. Il direttore di un pronto soccorso sotto pressione  – ci tiene a precisare il primario Giuseppe Pepe – non può essere sempre il capro espiatorio della malasanità o della malautenza. Un chirurgo non apre la sala operatoria con un solo chirurgo, perché ci vuole almeno un secondo chirurgo, il ferrista, il rianimatore, tutti ben concentrati su un solo ammalato”

Medici in fuga dagli ospedali pubblici, quindi, che con pochi turni vengono pagati centinaia di euro all’ora… non si può biasimarli. Una domanda personale: cosa significa per un direttore di pronto soccorso vivere questo momento?

Significa vivere e lavorare soprattutto per il proprio personale che è il patrimonio sanitario più prezioso dell’ospedale. Salvaguardare medici ed infermieri parallelamente assicura di poter salvare la vita agli utenti che inconsapevolmente ed incolpevolmente giungono in un pronto sotto pressione. Perdere qualsiasi operatore o perdere il clima interno e le motivazioni del gruppo sono la più grossa preoccupazione. Ma proseguire con pochissimi medici a garanzia dell’assistenza anche minima diventa impossibile. Ci si rimette in stima e reputazione. Si può anche lavorare con competenza ma se la valutazione finale dell’utente non tiene conto di questi fattori è inutile. Se ti giudicano solo e male perché li hai fatti attendere troppo non puoi riuscire a costruire nulla di buono. Il concetto di equità ed eguaglianza nelle cure dovrebbe riguardare anche i professionisti, che non sono di serie A o B, perché valutati a seconda del risultato che riescono a dare anche se con la metà delle risorse necessarie”.

In sanità tutti sono in difficoltà…

Assolutamente si. Ma esclusiva dei pronto soccorso è la consapevolezza di essere unico approdo per chiunque non trovi risposte laddove dovrebbe trovarle. Unico luogo dove non si chiude mai e mai si può dire di no. Unico servizio che deve rimanere aperto anche con due medici e basta. Il problema è strutturale, ma agli occhi di tutti chi deve trovare la soluzione sono quelli che ci lavorano dentro. I direttori giustamente ci mettono la faccia. Ma probabilmente i problemi andrebbero condivisi con il resto del sistema. Sempre per equità ed eguaglianza anche i tra professionisti”

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