Giorno della Memoria, anche il Consiglio regionale ricorda le vittime

Anche in consiglio regionale si è celebrato il Giorno della Memoria con una seduta solenne. L’incontro si è aperto con l’intervento del presidente dell’assemblea toscana, Eugenio Giani che ha ringraziato le autorità presenti in nome della sinergia che si crea tra le istituzioni come baluardo fondato sul lavoro reciproco per trasmettere i valori della Costituzione. 

E parlando del lavoro comune, che porta a impegnarsi per la convivenza civile, la libertà, la pace, il superamento di ogni tipo di discriminazione, Giani ha parlato di una “memoria che si carica di significato, a livello di diritto nazionale e internazionale”, ringraziando Ugo Caffaz e definendolo il “pensiero della memoria in Toscana”, per l’esperienza del Treno dello memoria che ogni anno porta i ragazzi delle scuole ad Auschwitz, giunto alla sua undicesima edizione. “Chi sale su quel treno e visita i campi di sterminio rimane toccato per tutta la vita”, come lo è stata anche la delegazione consiliare, guidata da Antonio Mazzeo, che quest’anno ha vissuto questa esperienza unica. 
“Voglio ricordare il giardino inaugurato pochi giorni fa a Montemurlo, insieme al consigliere Nicola Ciolini, in ricordo di Sergio De Simone, il cuginetto delle sorelle Bucci – ha continuato Giani – le due sorelline che riuscirono a scampare alla morte perché non risposero all’invito di andare a vedere la mamma, come aveva confidato loro una collaborazionista, che aveva preso in simpatia queste due piccoline di 4 e 6 anni. Sergio fece invece un passo avanti, non ubbidì alle cuginette e si trovò nelle mani del medico che faceva esperimenti con le cavie dei bimbi. Venne poi ritrovato a Berlino, in uno scantinato, appeso a un gancio da macellaio. Ho voluto ricordare questo frammento della peggiore cronaca della storia – ha sottolineato il presidente – per non dimenticare, per far attenzione alle eventuali derive, frutto di declivi di cui spesso stentiamo a renderci conto. Al primo segnale dobbiamo accendere la luce, dobbiamo suonare il campanello dell’impegno e della partecipazione”, conclude Eugenio Giani, ricordando quando Vittorio Emanuele III a San Rossore firmò le leggi razziali mentre era a caccia nella tenuta e non poteva leggere quanto inviatogli da Mussolini. 
Ma quali sono stati i dati della deportazione in Italia? L’assessore Vittorio Bugli ne ha sintetizzati uno in particolare, concentrandosi sull’autunno del 1943, dopo l’Armistizio e la Repubblica di Salò: furono deportati in 40mila e ne tornarono solo 3000, poco più del 7 per cento. “E non si trattò di un fenomeno eccezionale – ha affermato – ma dell’essenza stessa del pensiero nazista, che si unì alla logica lucida, organizzata, razionale, scientifica del male. A noi accogliere l’invito del presidente della Repubblica Sergio Mattarella – ha continuato Bugli – per una Giornata della Memoria come invito costante e stringente all’impegno e alla vigilanza, come ha fatto la Regione Toscana con il Treno della Memoria e il meeting degli studenti al Mandela, per una comunità sempre più consapevole, grazie alla formazione di docenti e studenti”. E ricordando gli anniversari del 2018: l’ottantesimo delle leggi razziali e il settantesimo dall’entrata in vigore della Costituzione, Bugli ha sottolineato la necessità e l’urgenza di combattere contro il negazionismo e l’indifferenza, per vivere il presente alla luce del passato, per andare verso un futuro migliore, perché, come afferma sempre Caffaz, ‘chi non ha memoria non ha né futuro né presente’. E parlando dei campi di sterminio come fabbriche della morte, con uno stato giardiniere intento a eliminare le erbacce, l’assessore ha detto con forza che la libertà nasce in campo aperto ed è occasione per prendere posizione: “Siamo condannati a scegliere, a noi tutti utilizzare la memoria per ricomporre i valori e costruire il futuro, lottando per un obiettivo bello e alto, l’umanità solidale, in una Europa libera e unita. Il tema primario è sempre lo stesso, la persona, di cui dobbiamo più occuparci che preoccuparci – ha concluso l’assessore alla presidenza Bugli – dobbiamo difendere l’Europa della libertà, eguaglianza, solidarietà, quindi scendere in campo tutte le volte che i diritti sono minacciati: quando lo abbiamo fatto abbiamo costruito dignità e crescita, se non lo facciamo creiamo distruzione e morte. Auschwitz è un luogo che ci richiama al dovere etico della scelta: tra giustizia e ingiustizia, tra la difesa dei diritti umani o la prevaricazione e la violenza, tra la guerra e la pace; nessun essere umano è mai ininfluente o inutile. Vediamo aumentare gli atti di antisemitismo e di razzismo ispirati a vecchie e nuove ideologie perverse. Sono espressione di minoranze, ma vengono sempre più allo scoperto sui social e si insinuano nel corpo sociale come un potente veleno. Contro questo veleno servono anticorpi. Il nostro impegno è di provare a creare la consapevolezza e contribuire a costruire quello spirito critico indispensabile a comprendere il passato e orientare il presente verso un futuro migliore”. E allora urgente per Bugli si pone la riflessione sull’Europa “che è nata – dice – come risposta alle guerre, alle distruzioni e a orrori come quello che ricordiamo oggi, e lo ha fatto mettendo al centro la persona. Ha costituito il suo statuto partendo dalle esigenze degli ultimi e così è diventata un continente democratico. Torni dunque a essere quel continente che seppe uscire dalle catastrofi. Sappia essere quello che sa fare, guardare principalmente all’uomo. Non sia solo l’Europa che dà più risorse, che dà più flessibilità e più rigore. Smetta di rincorrere le identità tecnocratiche e moderniste di altri continenti, che producono solitudine e un aumento delle disuguaglianze, come stiamo vedendo. Ma sia grande in quello che la fece grande: il valore della persona umana”. L’invito e l’auspicio di Bugli chiudendo è quello di “diventare cittadini d’Europa partendo dalla riflessione sull’Europa occupata dal regime nazista per arrivare all’Europa libera e unita”.
L’intervento di Ugo Caffaz ricorda poi le vittime dei campi di sterminio.  “La seconda guerra mondiale si è conclusa con 65 milioni di morti, dei quali 13 milioni uccisi nei campi di sterminio, per la metà ebrei – racconta Caffaz -. Un milione e duecento mila i bambini. Dalla Toscana partirono circa ottomila ebrei, di cui mille bambini, e ne tornarono il dieci per cento. Da Firenze partirono dal binario 16 almeno 350, senza contare gli ebrei tedeschi rifugiati da noi. Una delle ragioni è stata l’idea dell’esistenza di una razza superiore, che aveva diritto di dominare le altre, e l’idea di creare l’homo novus – ricorda Ugo Caffaz – Le razze non esistono. Siamo tutti parenti, perché abbiamo un genitore comune. Siamo uguali, perché diversi, e diversi, perché uguali”. Caffaz ha poi ripercorso le tappe di una storia che nasce in tempi lontani, ad esempio nel 1540 in Spagna con la ‘limpieza de sangre’, nell’antropologia dell’Ottocento, e giunge alla legge italiana del 1936 che regolava i rapporti coniugali tra italiani e sudditi dell’impero, il manifesto della razza nel 1938, la carta di Verona che parlava degli ebrei come di una razza nemica. A suo giudizio i meccanismi che portano a questi eventi sono sempre gli stessi: crisi economica, egoismi individuali, ricerca di un capro espiatorio, e il rivolgersi ad un capo. Per questo, citando Primo Levi, ha ricordato che “comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché è successo e può succedere ancora” ed esperienze come il treno della memoria sono un vaccino, che ha però bisogno di richiamo. Levi ha osservato che la cultura è fatta di valori condivisi, ma non sempre sono valori positivi. Di qui l’elogio della convenienza, perché ciò che fai agli altri, gli altri possono farlo a te. L’elogio del compromesso, per evitare inutili radicalizzazioni. L’elogio della solidarietà. Ha concluso quindi il suo intervento leggendo la poesia di Primo Levi Se questo è un uomo.

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