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Il coraggio di Moussa: un lungo viaggio per essere felice

Un sorriso bellissimo e lo sguardo sempre rivolto al telefono. L’atteggiamento tipico degli innamorati che aspettano il messaggino della persona che amano. Ma la sua vita non è stata sempre così. Perché se è difficile essere omosessuale in un paese in cui esistono i gay pride e le unioni civili, figuriamoci là dove anche solo un tenersi per mano può farti passare dei guai.
La storia di Moussa è complicata da raccontare. Bisogna dosare per bene le parole, trovare quelle giuste. E’ nato in Mali 36 anni fa, nella capitale di Bamako, il più grande di sette fratelli. Una famiglia difficile in cui Moussa ha dovuto tener testa e subire i rimproveri e i problemi di più di un adulto, a causa dei tanti matrimoni dei genitori. A scuola non c’è mai andato, quando è arrivato in Italia, nel 2016, era quasi completamente analfabeta. Troppi fratelli, troppe bocche da sfamare. Era ancora piccolo quando il padre lo ha portato con lui a lavorare nei campi. Poi è successo qualcosa che gli ha cambiato completamente la vita: aveva poco più di sedici anni, già da qualche tempo andava a vendere l’acqua in giro per la città, specialmente lungo gli argini del Niger dove solitamente c’era più gente. 

E’ stato lì che un uomo più grande di lui ha cominciato a fargli la corte, ad andare lì ogni giorno per comprargli tutte le casse di acqua dicendogli che aveva un bel sorriso. E’ allora, dopo tanti regali e attenzioni, che Moussa si è innamorato per la prima volta, è allora che ha capito che la sua vita sarebbe stata tutta in salita. Da lì in poi infatti è stato tutto un parlare sottovoce, un nascondersi al buio, un continuo mentire mentre tutti gli altri fratelli si sposavano e facevano figli. Come se ci fossero sentimenti più belli e importanti di altri.
Essere omosessuali è legale in Mali. E’ legale eppure, pur non avendo una legge che proibisce i rapporti gay, nell’articolo 179 che riguarda i delitti a sfondo sessuale, ecco che spunta fuori una frase che farebbe quasi sorridere se non fosse così agghiacciante e reale: “Ogni atto commesso in pubblico che offende la decenza e i sentimenti morali delle persone che sono involontariamente testimoni, e che è in grado di turbare l’ordine pubblico e di causare un pregiudizio sociale manifesto – si legge nell’articolo – è un oltraggio pubblico contro la decenza. L’indignazione contro la decenza, impegnato pubblicamente e intenzionalmente, sarà punito con tre mesi a due anni di reclusione e una multa di 20mila a 200mila franchi”. Essere gay quindi è legale, sì, ma in casa, con le tapparelle abbassate, senza dire nulla a nessuno e soprattutto senza far vedere nulla a nessuno. Perché qualsiasi atteggiamento omosessuale, che sia un bacio o una carezza appena accennata, è ritenuto immorale, un qualcosa che fa quasi male agli occhi. Nonostante nel paese non vi sia alcuna discriminazione ufficiale sulla base dell’orientamento sessuale, la discriminazione sociale è ampiamente diffusa. E quando la polizia del posto ha beccato Moussa in intimità con un altro ragazzo è stata davvero la fine. La famiglia ha scoperto tutto, sono arrivati i rimproveri, la vergogna, i pianti, l’imbarazzo anche solo per uscire di casa. Casa da cui, senza troppe sorprese, Moussa è stato cacciato persino dalla madre che oggi sente a mala pena. “Le creo troppi problemi con il nuovo marito”, ha detto Moussa. Bamako non era più un bel posto in cui vivere, tutto ormai stava cominciando a stargli stretto. Come se non lo fosse stato già abbastanza. Ha lasciato il lavoro in tintoria ed ha vissuto in Senegal per qualche mese, aiutato da un’associazione che si occupava delle persone sessualmente discriminate, ma poi ha deciso di fare il grande salto, di venire in Italia su consiglio di qualche amico che già viveva in Europa. E’ arrivato in Sicilia come tanti nell’agosto del 2016, non parlava la nostra lingua, non sapeva nemmeno scrivere la sua. Per gli operatori che lo hanno assistito è stato complicato comunicare con lui, in realtà è stato complicato anche fargli ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato per motivi connessi all’orientamento sessuale, ma piano piano ha cominciato ad andare a scuola, a prendere confidenza con le lettere. Un tipo brillante, Moussa, tanto che appena ha cominciato a prendere dimestichezza con la lingua ha contattato un ragazzo, adesso suo compagno ormai da due anni, che lo sostiene e gli sta vicino stringendogli la mano anche nei corridoi della Questura, quando lo chiamano per sistemare i documenti. Una tenerezza quasi commovente tanto che sembra impossibile che alcune parti del mondo non sappiano apprezzarne la bellezza e l’autenticità. Adesso Moussa vive a Nozzano e ogni fine settimana lavora in una discoteca di Bologna come buttafuori grazie al sostegno di un’associazione che si occupa di ragazzi che in passato hanno avuto problemi identici ai suoi. Ma nonostante tutto anche qui in Italia per lui non è facile essere innamorato. La vita in casa con gli altri ragazzi con cui vive, anche loro rifugiati, non è sempre semplice: anche loro provengono da paesi in cui l’omosessualità non è ben vista, per alcuni è ritenuta persino illegale, quindi non sempre in casa si respira un’aria tranquilla. Ma alla fine poco importa: adesso può finalmente tenere per mano l’uomo che ama senza la paura di essere messo in carcere o di essere definito indecente. O almeno, così dovrebbe essere.

Giulia Prete

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