La cultura della legalità al centro dell’ultimo incontro sul lavoro invisibile a Lucca

L'iniziativa promossa dal Ceis e dall'ispettorato territoriale del lavoro al liceo Vallisneri

Si è concluso il 20 novembre il ciclo di incontri online Le ombre del lavoro sfruttato. Il lavoro invisibile nella Provincia di Lucca promosso dal Ceis gruppo Giovani e comunità in collaborazione con il gruppo Liberamente del liceo scientifico A. Vallisneri. Un ultimo incontro non previsto dal calendario ma inserito in corso d’opera dopo l’interesse manifestato dagli insegnanti e dagli oltre 90 studenti.

A parlare Federico Camìci Roncioni, ricercatore e operatore nel settore della marginalità del Ceis e Vincenzo Massimo, ispettore del lavoro dell’ispettorato territoriale del lavoro Lucca e Massa Carrara. Negli incontri precedenti il confronto con gli studenti ha preso spunto da Le ombre del lavoro sfruttato, pubblicazione a cura di Andrea Cagioni, Asterios editore, in uscita a dicembre. La pubblicazione raccoglie gli esiti della ricerca condotta nella provincia di Lucca da Federico Camìci Roncioni per il Ceis, per Siena e Grosseto, da Cat di Firenze, Dog. di Arezzo e Arci di Siena. Un progetto nato nell’ambito del Sistema antitratta interventi sociali promosso dalla Regione Toscana e coordinato dal dipartimento per le pari opportunità del Consiglio dei Ministri, con capofila il Comune di Viareggio. Il dibattito ha smentito un luogo comune. Quello di considerare lo sfruttamento lavorativo un fenomeno circoscritto al sud Italia, legato alle mafie e all’immigrazione.

“Questi incontri hanno messo in luce come si abbia una visione distorta del fenomeno – commenta Miriam, studentessa del liceo scientifico -. Si pensa che gli sfruttati siano solo gli immigrati, tra l’altro accusati di portare via il lavoro agli italiani”. La ricerca del Ceis dimostra altro. “Lo sfruttamento lavorativo è presente in territori ritenuti estranei a questo fenomeno, come la provincia di Lucca, e tra le vittime dello sfruttamento ci sono tanti italiani e molti giovani – aggiungono gli organizzatori -. Il grave sfruttamento lavorativo e il caporalato sono i fenomeni più estremi di una situazione di sfruttamento diffusa e capillare. Ad esempio i tirocini dei giovani (18-30 anni), in alcuni casi, come con il progetto Giovanisì della Regione Toscana, sovvenzionato pubblicamente, sono diventati occasioni per avere manodopera gratuita, con orari non regolamentati e senza offrire una reale esperienza formativa”.

“Ho lavorato in un ristorante dalle 10 alle 13 ore giornaliere, 6 giorni su 7, ricevendo 500  euro al mese di rimborso tirocinio, svolgendo sempre le stesse mansioni”, sono le parole dell’anonimo testimone 1 intervistato da Roncioni. Nessun territorio è dunque immune. “I settori più interessati nella provincia di Lucca sono l’edilizia, i servizi, in particolare i corrieri, ma, soprattutto, il turismo. Poi ci sono molti badanti e colf non regolarizzati. Meno colpita in lucchesia l’agricoltura”, ha riferito Massimo. Il fenomeno dello sfruttamento lavorativo incide pesantemente sull’economia locale e nazionale e sulle condizioni di vita delle persone. Nel 2016, in Italia l’economia non osservata valeva il 12,4% del Pil. La Cgia di Mestre ha stimato che nel 2014 ha sottratto alle casse statali circa 37 miliardi di euro di tasse e contributi. Nello stesso tempo i lavoratori irregolari, oltre a percepire un salario inferiore, non godono di alcun diritto.

Ancora lontano il riconoscimento dei diritti di chi è sfruttato nonostante da qualche anno l’art. 603bis c.p., riconosca il grave sfruttamento lavorativo come reato. “La legge sanziona e reprime, ma chi è vittima e denuncia non è sufficientemente sostenuto – commenta Roncioni -. Chi denuncia perde il lavoro e non ha diritto ad accedere a sussidi come la disoccupazione, non riconosciuta per i lavoratori irregolari. C’è un vuoto legislativo che comporta, di fatto, un numero bassissimo di denunce”. “La mancata denuncia rappresenta un ostacolo per il controllo – ha confermato Massimo – ma la tutela del lavoro e dei lavoratori non si ottiene solo attraverso il controllo. Prima di tutto è importante promuovere una culturale della legalità, obiettivo che l’ispettorato si propone”.

Oltre a spiegare come funziona il lavoro investigativo, l’ispettore ha chiarito come i giovani devono rapportarsi al mondo del lavoro: “Non basta firmare un contratto, bisogna verificare che sia subordinato, rispetti i contratti nazionali e venga registrato. È necessario porre grande attenzione a chi ti dà il lavoro soprattutto in presenza di catene di appalti e subappalti. Ci sono poi false agenzie interinali che offrono personale alle aziende, liberandole dal “peso” dell’assunzione diretta, ma che poi non pagano i contributi e la liquidazione”. Un incontro a due voci – privato sociale e istituzioni – quello di venerdì scorso, con un unico chiaro obiettivo che si rivela in un’azione concreta: promuovere tra i giovani quella ‘cultura della legalità’, di cui tanto si parla ma che troppo spesso finisce per essere solo un’espressione abusata.

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