Sanità, Petretti: “Telemedicina e territorio, è tempo di un nuovo paradigma di cura”

La consigliera con delega alle politiche della salute di Lucca vede nel Recovery Fund l'occasione per evolvere il sistema sanitario: "Comuni protagonisti del cambiamento"

Il nuovo presidente del consiglio dei ministri Mario Draghi ha illustrato ieri (17 febbraio) in Senato il proprio programma di governo. E per la sanità ha condiviso idee precise: oltre all’accelerazione del piano per le vaccinazioni, è prioritaria una riforma del sistema territoriale. Perché la casa – con tutto quello che rappresenta anche per i processi di guarigione delle persone – diventi il principale luogo della cura.

Una strada che a più riprese in questi mesi è stata definita irrimandabile anche dalla dottoressa Cristina Petretti, consigliera del Comune di Lucca titolare della delega alle politiche della salute, che commenta: “Non ci sono alternative se vogliamo rendere esigibili, per davvero, i livelli essenziali di assistenza e investire gli ospedali di un compito preciso e ben delimitato: affrontare le esigenze acute e post acute, quando necessario. Dobbiamo ripartire dalla telemedicina e dell’assistenza domiciliare integrata“.

“In questo processo – spiega Petretti – i Comuni hanno un ruolo molto importante: attraverso la conferenza dei sindaci, infatti, possono generare dal basso l’evoluzione concreta di un sistema che vede l’ente custode e tutore della salute pubblica dei cittadini e del territorio. Non è necessario fare tutto e subito, ma deve essere chiaro che rafforzare le reti assistenziali territoriali richiederà la piena collaborazione tra Comune e azienda sanitaria, privato sociale e terzo settore“.

La salute è vista, nel ragionamento della consigliera Petretti, non solo come un bene indivuale da preservare ma come un bene comune, pubblico, da ‘produrre’. Spiega: “Gli ospedali ad alta specialità e le terapie intensive non possono essere l’unica arma del sistema perché è sui territori, con un approccio di prossimità e di comunità, che si gioca la battaglia contro il virus e contro le malattie croniche. La scelta di investire solo in grandi strutture di eccellenza a scapito del territorio non è più un’opzione praticabile oggi, in un Paese, come il nostro, che conta quasi 14 milioni di persone over 65. Non possiamo pensare alla salute solo in ottica ‘riparativa’ e intervenire solo quando il danno è già fatto, né più pensare che la salute si faccia solo negli ospedali o negli ambulatori specialistici. È necessario focalizzarsi su una medicina ‘protettiva’ di comunità, aderente alle caratteristiche sociali, demografiche ed economiche dei diversi territori”.

La pandemia di Covid-19 sta rappresentando, in questo senso, un’occasione preziosa di ripensansamento. Continua Petretti: “Usiamo l’occasione e i fondi disponibili del Recovery Fund per operare una trasformazione del paradigma assistenziale. È in questo senso che l’attuale pandemia rappresenta una finestra di opportunità. Certo, se non riusciamo a restituire prestigio alla medicina pubblica e all’assistenza di base, le speranze di invertire le tendenze naturali sono molto scarse. Ciò significa portare in periferia, ma anche a casa dei pazienti, una serie di competenze che oggi sono accentrate in ospedale. Questo porterebbe, più in generale, ad un miglioramento dell’uguaglianza attraverso la possibilità di raggiungere di più e meglio chi si trova in situazioni di difficoltà e non ha accesso, salvo pronto soccorso, all’assistenza di cui avrebbe bisogno”.

La consigliera con delega alle politiche della salute del Comune di Lucca ripercorre le scelte operate in Italia in questi ultimi anni: “Purtroppo – dice Petretti – il necessario processo di de-ospedalizzazione è avvenuto in assenza di una adeguata politica di investimenti sul versante dell’assistenza sanitaria territoriale, diversamente da Paesi come Francia e Germania, che hanno investito su servizi non ospedalieri e su ‘long term care’. In molti territori italiani il pronto soccorso è diventato la prima frontiera per chi non è riuscito a trovare sostegno altrove e spesso gli accessi hanno avuto più valenza sociale che sanitaria. Quello che manca è una risposta multipla, articolata e fortemente integrata proprio in senso socio-sanitario, prima dell’approdo all’emergenza. Errato è stato in questi anni anche smantellare i servizi di prevenzione con i loro osservatori e le loro competenze epidemiologiche, nonostante ormai sia noto che le epidemie costituiscono una realtà concreta, ad andamento ciclico, con la quale le nostre società si dovranno confrontare periodicamente. In ultimo, ma certamente da non sottovalutare, la pandemia ha incrementato le diseguaglianze sociali in salute, impattando in maniera violenta sui soggetti cronici e più fragili da un punto di vista socio economico, che in Italia rappresentano il 43 per cento della popolazione a fronte di una media europea del 30 per cento”.

“È giunto il momento – continua Petretti – di ripensare a un nuovo sistema sanitario pubblico, più resiliente e capace di fronteggiare non solo le emergenze, ma anche la quotidianità della salute e della malattia (transizione epidemiologica, cronicità, diseguaglianze); elementi che già aveva in sé il nostro sistema sanitario, ma che le politiche di austerity iniziate con la crisi del 2008 hanno stravolto, portando a una riduzione della spesa sanitaria ferma nel 2018 al 6,5 per cento del Pil. Fra il 2007 e il 2017 il personale sanitario è stato ridotto dei ben 38mila unità. Il numero dei medici è sceso da 106800 a 101100 (-5700) e i posti letto sono passati da 7,2 ogni mille abitanti del 1990 al 3,2 ogni mille abitanti nel 2017″.

Tuttavia la situazione globale favorisce una riflessione nuova, con la consapevolezza che lo stato di salute della popolazione influisce direttamente sul benessere, anche economico, del Paese. In concreto, quali sono le azioni necessarie a una riforma sanitaria che si origini dai territori, letti nella loro complessità? Cristina Petretti, sul punto, ha le idee molto chiare: “Oltre a un potenziamento degli organici, è necessario ricomporre la frammentazione fra sistemi di cura, ospedalieri e territoriali, con case della salute e distretti per garantire un ruolo più attivo ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelte”.

“Occorerà inoltre – prosegue Petretti – rafforzare le Usca (unità speciali di continuità assistenziale) per la presa in carico precoce e la cura a domicilio dei pazienti Covid e dei pazienti cronici, onde evitare di sovraccaricare i pronto soccorso e scongiurare ricoveri tardivi in terapia intensiva. Dobbiamo definire al contempo una rete di ospedali che garantiscano alta specializzazione e continuità di cura rispetto ai territori.  L’ospedale andrebbe ripensato come una delle componenti, non più come la componente totemica delle politiche e degli investimenti sanitari“.

E la prevenzione? “Va rilanciata e rimessa al centro del sistema di cura. I servizi di prevenzione e igiene, contribuendo a individuare le cause sociali e ambientali di determinate patologie, svolgono un ruolo fondamentale a tutela della salute pubblica per rimuovere fattori di rischio e promuovere cambiamenti degli stili di vita”.

La salute, secondo Petretti, deve essere al centro dell’attenzione nei luoghi di vita e in quelli di lavoro: “Sono proprio gli ambienti di lavoro che necessitano di un radicale intervento per la garanzia della salute dei lavoratori, per cicli produttivi sani e ambienti che producano benessere, oltre che manufatti e servizi”.

Petretti guarda con realismo alle nuove tecnologie e alla telemedicina: “Importante sarà incrementarne la diffusione per consentire un effettivo monitoraggio delle condizioni cliniche dei pazienti e un loro controllo da remoto. Oltre a offrire un tipo di assistenza particolarmente utile per i pazienti Covid, la telemedicina risulta essere strategica per tutti coloro, come gli anziani, che sono affetti da pluripatologie e non necessitano di ricovero, ma che non possono gestire da soli la propria salute, perché privi di reti di cura o residenti in zone isolate, montane, meno ricche di risorse. D’altro canto, servirà investire in formazione per incrementare le competenze tecniche e relazionali degli operatori in base alle nuove esigenze assistenziali”.

La consigliera Cristina Petretti rileva centrale anche il favorire un’alfabetizzazione sanitaria: “Con questa espressione – spiega – si intende la capacità delle persone di accedere, comprendere, elaborare informazioni a tutela della propria e altrui salute (empowerment)”.

“Dobbiamo ricongiungere in modo effettivo la dimensione sociale con quella sanitaria – conclude Petretti – anche se a livello normativo l’importanza di curare la persona nella sua globalità è già sancita. Tuttavia sociale e sanitario continuano a rispondere a due filiere distinte. Urge concretizzare un maggior coordinamento fra centro e periferia, fra scelte nazionali e scelte regionali”.

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