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Il caldo non è uguale per tutti: la ‘cooling poverty’ è sempre più un’emergenza sociale e sanitaria

Verde, ombra e riqualificazione degli edifici diventano strumenti essenziali contro le nuove disuguaglianze

Case difficili da rinfrescare, bollette elevate e pochi spazi verdi espongono soprattutto le fasce più fragili della popolazione. Con le ondate di calore la crisi climatica diventa anche una questione sociale e sanitaria.

Non tutti hanno le stesse possibilità di difendersi dalle temperature estreme. Con il moltiplicarsi delle ondate di calore sta emergendo il fenomeno della ‘cooling poverty’, la povertà di raffrescamento: la difficoltà di mantenere una temperatura accettabile all’interno della propria abitazione e di trovare, nel quartiere, luoghi freschi e accessibili.

È il volto estivo della povertà energetica. Se durante l’inverno il problema è riuscire a riscaldare adeguatamente la casa, nei mesi più caldi diventa sempre più difficile sostenere le spese necessarie per utilizzare ventilatori e condizionatori. Una condizione che riguarda soprattutto le famiglie con redditi bassi, gli anziani soli, le persone con problemi di salute e chi vive in edifici poco isolati.

Il disagio, tuttavia, non si ferma alle mura domestiche. Nei quartieri con poco verde, molte superfici asfaltate e una forte presenza di cemento le temperature possono essere sensibilmente più elevate. L’assenza di alberi, fontanelle, pensiline ombreggiate e spazi pubblici climatizzati riduce ulteriormente le possibilità di trovare refrigerio.

A richiamare l’attenzione sul fenomeno è Legambiente con la seconda edizione della campagna Che caldo che fa!, dedicata alle conseguenze sociali della crisi climatica. I monitoraggi si concentrano in particolare sulle periferie urbane, dove spesso si sommano vulnerabilità economica, carenza di servizi e maggiore esposizione alle cosiddette isole di calore.

Il risultato è una disuguaglianza che incide direttamente sulla salute. Le temperature elevate possono provocare disidratazione, stress termico e colpi di calore, aggravando patologie cardiovascolari e respiratorie. I rischi aumentano per chi non dispone di un impianto di raffrescamento, non possiede un’automobile o vive lontano da parchi e altri luoghi più freschi.

Nei giorni più difficili molte persone finiscono così per restare chiuse in abitazioni che accumulano calore, rinunciando a uscire anche per svolgere attività quotidiane. Una situazione che può accentuare l’isolamento degli anziani e delle persone fragili, trasformando il caldo da semplice disagio stagionale a problema di salute pubblica.

Le risposte adottate finora sono state prevalentemente emergenziali, legate agli allarmi e alle raccomandazioni diffuse durante i picchi di temperatura. Di fronte a un fenomeno ormai strutturale, però, Legambiente sottolinea come diventi necessario ripensare l’organizzazione delle città. Tra le azioni indicate ci sono l’aumento delle alberature, la creazione di aree ombreggiate, la riduzione delle superfici impermeabili e la riqualificazione energetica degli edifici. Un ruolo importante può essere svolto anche dalle residenze popolari, attraverso interventi di isolamento e l’installazione di impianti fotovoltaici capaci di ridurre i consumi per il riscaldamento invernale e il raffrescamento estivo.

Servono inoltre fermate del trasporto pubblico protette dal sole, fontanelle funzionanti e una rete di luoghi freschi facilmente raggiungibili, come biblioteche, centri civici e altri edifici pubblici. Strumenti che non eliminano le conseguenze del cambiamento climatico, ma possono ridurne l’impatto sulle persone più esposte.

La sfida, dunque, non riguarda soltanto la capacità delle città di diventare più fresche. Riguarda anche la possibilità di renderle più eque, evitando che il reddito, il quartiere di residenza o le condizioni di salute determinino chi può proteggersi dal caldo e chi no.