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Poli: “Senza l’attività estrattiva sui monti rimarrebbero ferite ben più gravi ed impattanti”

Lo sfogo del sindaco di Minucciano: "Chi critica non conosce i sacrifici quotidiani di chi abita la montagna"

Apuane, marmo e Parco: dopo gli attacchi, arriva la lunga risposta del sindaco di Minucciano Nicola Poli, che sui social pubblica una lunga riflessione/sfogo.

Possibile chiusura di cave, Salviamo le Apuane sostiene il Piano per il Parco

“Ormai non passa giorno senza che si legga sulla stampa online o sui social un’invettiva contro i cavatori – distruttori della natura, contro le ‘avide’ amministrazioni locali che si arricchiscono a danno dell’ambiente, contro i funzionari di qualsiasi Ente che, se rilasciano un’autorizzazione, non è perché è stato fatto un iter amministrativamente corretto, ma perché sono corrotti e ‘amici degli amici’ – inizia così lo sfogo del sindaco -. E non passa giorno nemmeno senza che qualche saggio, con una sicumera degna di rivelazione divina, predichi la salvifica necessità di chiudere le cave di marmo e ‘riconvertire’ la relativa occupazione in ‘attività sostenibili’. Si parla di monocultura del marmo, della mancata valorizzazione di alternative, di mortificazione di potenzialità tanto grandi quanto inespresse, di turismo, di agricoltura e pastorizia. Si fanno esposti e denunce, nel merito spesso mendaci o banalmente sbagliati e nella forma spesso anonimi, perché lanciare il sasso è facile, ma assumersene la responsabilità è evidentemente altra cosa. Qualcuno ha strumentalizzato addirittura un grave incidente sul lavoro avvenuto recentemente in una cava, utilizzando e manipolando la vita personale di un ragazzo, peraltro distorcendola, e il suo dramma, per portare acqua al suo misero mulino. Che tristezza”.

“Sento dire tutto questo, leggo post e articoli – prosegue -, e vedo che nemmeno uno fra chi scrive queste cose sta a Gramolazzo, Gorfigliano, Vagli, Arni o Stazzema. Magari a Firenze o giù di lì, ma non da noi, non sui nostri monti. Montanari della domenica, che dal lunedì al sabato vivono in città con tutti i servizi a portata di mano, che la sera vanno al ristorante, in gelateria o al cinema, e lo fanno in 5 minuti. Che si sentono male hanno il pronto soccorso a qualche metro. Che per andare a lavoro o a scuola hanno la scelta tra auto, bici, scooter e metropolitana. Magari leggera. Poi vengono su, con i loro Suv diesel, fanno la giratella, mangiando magari cose comprate nei Super sotto casa, e la sera, tornati sul loro divano a zero metri sul livello del mare, severi censori, ci dicono come dovremmo essere e cosa dovremmo fare. Gente che non conosce i sacrifici quotidiani di chi abita la montagna, gente che non accetta la centralità economica, sociale e culturale dell’attività estrattiva per la nostra comunità, gente che non conosce nemmeno l’attenzione che mettiamo nella cura del nostro territorio e l’impegno che proferiamo nell’implementazione di ogni altra effettiva o potenziale fonte di sviluppo, occupazione ricchezza. Gente che – evidentemente – non conosce i piani attuativi dei bacini estrattivi fatti dal comune di Minucciano, dove l’attività è severamente programmata e disciplinata, dove si impone l’obbligo della riqualificazione ambientale dei siti, dove è prevista, a carico dei concessionari delle cave, l’implementazione del sistema di fruizione alternativa della montagna (dalla sentieristica, alle emergenze architettoniche, storiche, ambientali), dove è prevista l’eliminazione dei ravaneti e grazie ai quali verranno ricucite anche le ferite del passato. Ferma restando l’opportunità dei controlli, ovviamente, ma nella consapevolezza che la sicurezza sul lavoro, la salvaguardie per l’ambiente, le modalità di svolgimento dell’attività estrattiva sono migliorate incommensurabilmente, rispetto anche solo a una decina di anni fa”.

“Gente che ignora (o finge di farlo) che senza l’attività estrattiva, così disciplinata e regolamentata, rimarrebbero sui monti ferite ben più gravi ed impattanti – afferma Poli -, gente che non capisce, ad esempio, quale ruolo fondamentale nel ripristino ambientale delle Apuane abbia la Migra srl, e vaneggia di tanto mirabolanti quanto inesistenti lucri e non vede gli ettari restituiti alla natura, ma se ferma ad additare il passaggio di camion: patente concretizzazione del proverbio che spiega l’intelligenza di chi guarda il dito, quando il dito indica la luna. Gente che ignora (o, ancora, finge di non vedere) quanto si cerca di fare per valorizzare ogni sistema economico esistente sul nostro territorio, ulteriore rispetto al sistema marmo: da costoro non una parola sulla riqualificazione del lago di Gramolazzo, sulla realizzazione del bivacco alpino in Val Serenaia, sulla ristrutturazione e conversione della ex Segheria di Gorfigliano in museo, sui tanti soldi spesi per la riapertura e per la valorizzazione dei sentieri e della strade bianche, per i progetti di valorizzazione delle imprese agricole, commerciali e turistiche, per la riqualificazione dei borghi. Grazie alla dinamicità dell’amministrazione, e grazie alla risorsa extratributaria rappresentata proprio dai proventi delle concessioni di estrazione. Falso, riduttivo e banale parlare di monocultura del marmo…e una cultura importante, la più importante, in una piccola società, estremamente variegata e completa, che però non può prescindere da essa. Pena il completo abbandono del territorio e la fine (la fine) della comunità. E di ogni altro sistema economico locale. Sia chiaro: io non aborro ed anzi supporto in ogni modo la protezione dell’ambiente e la creazione (anche) di sistemi economici nuovi e diversi, ma è necessario conoscere ed utilizzare i numeri veri. Non fantasie o generalizzazioni. Siamo seri. Oltre – altra cosa banale – a rivendicare anche con forza il principio di autodeterminazione delle comunità e dei singoli: il che significa che – con buona pace dei predicatori da lontano – non possiamo fare tutti gli agricoltori o i pastori. A chi predica il contrario, standosene in città, senza conoscere la realtà, dico: venite su, a fare e praticare le ‘economie alternative’. Vi diamo noi le terre dove arare e dove portare pecore e capre al pascolo. Venite e stateci qualche anno lottando con lupi, istrici e cinghiali che scorrazzano impuniti. A qual punto, ma solo a qual punto, capirete qual è l’incidenza del sistema lapideo sull’economia e la società locale e quali sono le effettive prospettive di economie alternative”.

Le Apuane si liberano e si salvano abitandole – continua lo sfogo del primo cittadino -, cari miei, non lottando contro chi ci vive, insultandolo quotidianamente e pretendendo anche di dirgli come dovrebbe vivere. E il Parco che vorreste utilizzare come clava è nato qualche decennio fa attorno alle attività estrattive (e non al posto di esse), non per sconvolgere le comunità locali e mutuarne radicalmente le economie, ma per dotarle di un ulteriore strumento di sviluppo. Io non c’ero, ma la scommessa fu quella di creare un volano di protezione e sviluppo del territorio che si affiancasse al sistema lapideo. Oggi, può dirsi sicuramente e oggettivamente che, allo stato attuale, quella scommessa è stata persa. A distanza di decenni, questo Parco, che cosa ha concretamente fatto per il territorio? Prende soldi dalle amministrazioni locali, dalle attività estrattive, ma che cosa ha lasciato? Vincoli alle attività antropiche, limitazioni alle attività venatorie che hanno determinato il proliferare di ungulati ed animali dannosi fino dentro ai centri abitati, lasciando le comunità (e gli agricoltori primi fra tutti) inermi dinanzi ad un fenomeno ingravescente, che sta letteralmente determinando l’abbandono delle aree rurali e non solo. In termini di investimenti, sviluppo, opportunità concrete, che cosa ha portato? Ed anche attualmente, lungi dal dare al Parco il ruolo per il quale è nato, lo si vorrebbe distorcere e ridurre a mero strumento per chiudere le attività estrattive (in aree che non ne fanno parte) e magari introdurre ulteriori limitazioni, dietro la famosa, generica e lontana promesse di quegli stessi investimenti sul territorio che non si sono mai visti in 30 anni. Davvero credete, così, di fare il bene del Parco e delle stesse Alpi Apuane?”.

“Sappiate che – conclude il primo cittadino – proprio questa induttiva declinazione del Parco la ha – forse irrimediabilmente – reso inviso alle popolazioni che quel territorio lo abitano ed anche le amministrazioni più serene ed oggettive faticano a ritrovare, nell’attuale situazione, quelle prospettive (tradite) e quegli stimoli (sopiti) che avevano indotto che le ha precedute a scommettere sull’opportunità della creazione del Parco. Con tutto ciò che ne consegue, nella riflessione sulle prospettive di medio e lungo periodo. Anche sull’opportunità di mantenerlo davvero in vita, il Parco della Alpi Apuane, se non lo si sterza definitivamente. Tutto questo non è politically correct? Scandalizza qualcuno? Non importa. Benvenuti nella realtà di una comunità che sulle Apuane ci vive tutti i giorni”.

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