Muro pulito, popolo muto? foto

Sui muri si è sempre scritto. E disegnato. Sin dalla notte dei tempi: dai graffiti dei cavernicoli a quelli pompeiani e paleocristiani fino agli insulti atroci, ai richiami amorosi, alle asserzioni di fede politica o sportiva, alle minacciose provocazioni che si inseguono su ogni struttura e superficie verticale che la civiltà regala agli uomini.

E questo avviene ai quattro angoli del pianeta: dai diversi Bronx di New York alle banlieue parigine, dalle baraccopoli di Lagos e Delhi alle stazioni della metropolitana di Mosca in una misura che aumenta in maniera esponenziale a mano a mano che ci avviciniamo ai giorni della nostra contemporaneità. Psicologi, sociologi e demologi hanno parlato di ‘un istinto segnico’ come prerogativa della condizione umana: una pulsione che ricerca una qualche forma di incerta immortalità attraverso ‘operette murali’ fatte sia di rozze immagini, sia di parole oppure delle une e delle altre mixate assieme. 
E, come per la letteratura popolare o per il fumetto, in mezzo a tanta paccottiglia convenzionale e ripetitiva, talora capita di individuare il piccolo gioiello verbale, il capolavoro frammentista, la trasgressione aforistica, magari violenta ma geniale. I meno giovani non potranno non richiamare alla memoria la grande fioritura ‘graffitara’ della fine degli anni Sessanta. Come dimenticare la straordinaria novità comunicativa rappresentata allora (e anche oggi) da certe icastiche affermazioni che venivano direttamente dai boulevard parigini e dalle aule universitarie del maggio francese? Ricordate? “Proibito proibire!”; “Siate realisti, chiedete l’impossibile”; “Un uomo non è stupido o intelligente: è libero o non lo è”; “Non mi liberare, me ne occupo io”. Qualcuno, ogni tanto, disturbato da un fenomeno che in taluni luoghi urbani ha raggiunto (e di frequente superato) il limite del buon gusto per assurgere alla dimensione più grave della deturpazione, ha censurato il ‘muroscritto’: la muraglia è il taccuino della canaglia ha sostenuto, riconducendo la instancabile attività dei writers sotto l’unica specie del teppismo.
Vandalismo o street art? La bellezza può trovare casa solo nei musei? E perché non può fiorire anche a cielo aperto, nelle strade, sbocciando dal basso? Se ne può discutere, così come si può ragionare intorno agli antidoti da individuare per evitare deprecabili eccessi: una universale educazione al buon gusto attraverso la scuola; la crescita del senso di appartenenza alla propria comunità i cui beni vanno comunque rispettati e tutelati; ‘muri legali’, ovvero spazi deputati per raccogliere quello che sembra essere un incoercibile bisogno di soggettività, questo è quanto compete agli attori pubblici, educatori e amministratori. Personalmente non ci dispiace il lungo, dissacratorio, commovente, irridente, ingiurioso, minaccioso, sgrammaticato, poetico, ‘libro dei muri’. E nessuno dimentichi l’ammonimento chiastico, vergato a spray, che abbiamo letto recentemente in una celebre piazza pisana: “Muro pulito, popolo muto”. Nel testo, due esempi di ‘graffiti’ che decorano a tutt’oggi strade e piazze della Città delle Mura.

Luciano Luciani

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