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L’allenatore errante e il mediano partigiano

L’opposizione morale al fascismo alla metà degli anni Trenta trova a Lucca un luogo del tutto inaspettato, il Porta Elisa, ovvero lo stadio dove si esibiva la più bella squadra di calcio che la città abbia mai avuto: la Lucchese di Ernest Erbstein.

Lucca, campionato di calcio 1936/37. L’allenatore errante
Ora il nostro sguardo deve volgersi all’indietro. Alla Lucca dei nonni, al suo stadio inaugurato da poco più di un anno, il Porta Elisa, al campionato di calcio 1936/37, il primo che la Lucchese gioca nella massima serie. Formazione tipo: Olivieri, Perduca, Pescini, Scher, Callegari, Neri, Coppa, Marchini, Michelini, Andreoli, Gringa. L’allenatore che ha compiuto il miracolo di portare una piccola squadra di provincia a competere con le grandi si chiama Ernest Erbstein: tra i migliori tecnici europei del suo tempo è di origini ungheresi ed ebraiche. Nelle foto di rito appare sempre dignitosissimo: cravatta, doppiopetto e un’aria del tipo ‘ma cosa ci faccio io, qui?’
Scrive di lui il giornalista Massimo Novelli: “Era un uomo calcisticamente preparatissimo, con una profonda cultura e una grossa intelligenza calcistica che lo portava a studiare e ad attuare innovazioni tecniche e sistemi di preparazione a quei tempi sconosciuti in Italia”. Nel 1938 si trasferisce a Torino e per via delle leggi razziali è costretto a cambiare cognome in Egri. Ma in Italia non è più vita e il tecnico e la sua famiglia, tra cui la figlia Susanna poi grande danzatrice e coreografa, se ne vanno, raminghi e semiclandestini in un’Europa ormai a ferro e fuoco, scansando fortunosamente persecuzioni e deportazioni. Nell’immediato dopoguerra lo ritroviamo ancora a Torino alla guida della squadra granata, quella dei cinque scudetti consecutivi: il Grande Torino, consegnato alla leggenda calcistica e non solo dal tragico incidente della primavera 1949 nel cielo sopra Superga. Con i suoi giocatori muore anche Ernest Erbstein, ‘l’allenatore errante’, l’interprete brillante ed efficace del calcio più moderno sino ad allora mai praticato sui campi di calcio italiani.

Il mediano partigiano
A Lucca il tecnico ungherese aveva avuto modo di conoscere e apprezzare le qualità di un giovane professionista del pallone: il faentino Bruno Neri, mediano sinistro proveniente dalla Fiorentina della cui promozione in serie A era stato tra i principali artefici, nel 1933 campione del mondo universitario. Un atleta che alle doti di generosità e combattività univa una tecnica elegante e sicura: un eccellente calciatore, uno dei migliori laterali sinistri degli anni Trenta, correttissimo in campo e altruista: “dovete giocare per i compagni” era solito ripetere ai giovani nel corso della sua breve carriera di allenatore. Ma Neri ha anche altre doti, inusuali per un giocatore di calcio: è un uomo colto, ama la poesia, legge i versi del suo conterraneo Dino Campana, a Firenze frequenta il Caffè delle Giubbe Rosse, ritrovo di intellettuali se non dichiaratamente antifascisti almeno in sentore di fronda rispetto al senso comune imperante. A Lucca “è la città a incantarlo. Le vecchie mura, la chiesa di San Michele, la tomba di Ilaria del Carretto, opera somma di Jacopo della Quercia, i palazzi del Fillungo, arricchiscono il suo animo. Quel 1937 trascorso a Lucca rinsalda in lui la passione per l’arte, per la letteratura, per la bellezza” (Massimo Novelli). La stagione in maglia rossonera è anche quella della convocazione in nazionale: Milano, 25 ottobre 1936, Italia – Svizzera 4 a 2. Poi, per 66 partite, la maglia granata del Torino anteguerra sempre con l’amico Erbstein, e, con l’arrivo della guerra, la fine della carriera. Con i soldi messi da parte Neri acquista una fabbrichetta a Milano e allena la squadra dei suoi esordi, il Faenza. Richiamato sotto le armi come soldato semplice viene mandato in Sicilia: lo sbarco alleato, il 25 luglio, l’8 settembre, l’occupazione tedesca gli aprono definitivamente gli occhi sulla natura del fascismo e sulla necessità di schierarsi e battersi in prima persona. Con la stessa dedizione e generosità di cui aveva dato così ampie prove sul campo di calcio, Neri aderisce all’Ori (Organizzazione resistenza italiana) che sull’Appennino tosco-emiliano, in collegamento con il Cln e l’Oss americano, raccoglie informazioni, recupera gli aviolanci alleati alle formazioni partigiane, svolge azioni di sabotaggio. Bruno Neri, costretto da una spiata nel maggio 1944 a darsi alla macchia è diventato il partigiano Berni, vicecomandante del battaglione Ravenna. La sua ultima partita Neri la gioca un paio di mesi più tardi, il 10 luglio all’eremo di Gamogna, sopra Marradi. Quando Berni e il comandante Nico, gli zaini pieni di importanti documenti da consegnare alla banda partigiana di Corbari, si imbattono in una pattuglia di militari tedeschi: “Sono in molti, marciano sicuri, hanno i Mauser in pugno… Berni e Nico si guardano impauriti. Imbracciano i mitra. Nico si fa il segno della croce. Cominciano a sparare. Berni non ha il tempo di godersi gli ultimi secondi della partita. Di ricordare il tempo che è andato. Di pensare a quella Germania sconfitta a Torino durante i giochi goliardici. Ben altra partita va concludendosi il 10 luglio 1944. Gli ultimi colpi di Sten Berni li regala al nulla, come il triplice fischio di un arbitro. Su di loro si avventano i tedeschi che li finiscono con la baionetta. Muore così il mediano che giocava sempre per i compagni” (da Il Manifesto, 9 novembre 2004).

Luciano Luciani

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