L’ombra della scissione del Pd sulle amministrative

Scissione o non scissione, questo è il problema. Ed è quando si stanno chiedendo iscritti e simpatizzanti del Pd di Lucca in vista delle prossime elezioni amministrative. Impossibile, infatti, non pensare che un’eventuale rottura fra renziani e non avrà delle ripercussioni non solo sul partito ma sull’intero centrosinistra. Specie se la rottura dovesse essere fragorosa e rendere difficile anche pensare ad una futura coalizione fra le diverse realtà nascenti nell’area politica di riferimento.
Nel mezzo il sindaco Alessandro Tambellini, candidato ad un mandato bis, appena reduce da uno scontro tutto interno al partito proprio intorno al suo nome e alla sua candidatura a sindaco. Un braccio di ferro concluso con fatica e che rischierebbe di venire vanificato proprio dagli effetti della scissione. Tambellini, inoltre, non ha mai fatto mistero di appoggiare il governatore della Toscana, Enrico Rossi, che è proprio uno degli “scissionisti”, come dimostra la manifestazione organizzata questa mattina a Roma assieme a Michele Emiliano, governatore della Puglia e all’ex capogruppo del Pd alla Camera, il bersaniano Roberto Speranza.

E fra i consiglieri e i dirigenti locali e la base? Le posizioni sono diverse. Fra chi non fa mistero della necessità di dividere le strade, nell’impossibilità di trovare la sintesi nello stesso partito (lo hanno detto, con toni diversi, il sindaco di Porcari, Alberto Baccini e la consigliera comunale Valentina Mercanti) e chi invece vorrebbe proseguire nell’esperienza originaria del Partito Democratico, nonostante la forte dialettica interna e gli scontri che si sono verificati anche a livello locali. Qualcuno anche proiettando il tutto proprio alle prossime elezioni amministrative. Le posizione sono, ovviamente, diversificate. Ci sono i possibilisti, che non escludono il verificarsi di una scissione “morbida” ovvero due partiti che il giorno dopo inizierebbero a dialogare per una possibile coalizione, gli oltranzisti, secondo cui ognuno dovrebbe viaggiare per la propria strada. E infine chi, come già successo in questi anni, si pone in posizione di mediazione. A Lucca, in particolare c’è l’onorevole Raffaella Mariani, di area franceschiniana, che ha partecipato anche all’accordo con i renziani per la ricandidatura di Tambellini.
Domani, comunque, sarà il giorno cruciale. E lo sarà per il Pd ma anche, in proiezione, per le amministrative in provincia.
A dichiararsi contro la scissione è stato, in questi giorni, peraltro, un sindaco molto vicino al governatore Rossi, il primo cittadino di Pistoia Samuele Bertinelli. Ed anche il sindaco Alessandro Tambellini fa appello al senso di responsabilità di tutti: “Le responsabilità di un partito come il Pd nella politica internazionale ed europea sono notevolissime – dice – In Italia il Pd è l’unica organizzaziodi un certo rilievo che ancora sussiste e in Europa è l’unica grande organizzazione riformista quando la politica sembra andare in altre direzioni. Sono quindi notevoli le responsabilità che il partito ha anche per la situazione del paese”. “Chi fa il sindaco – prosegue Alessandro Tambellini – si trova giornalmente a contatto con i problemi della gente, primo fra tutti quello del lavoro. Dal mio partito mi aspetto grande responsabilità e un indirizzo politico sulle grande questioni del paese: lavoro, la povertà, certe marginalità che rischiano di essere insuperabili”. “Ogni personalismo – conclude con un appello all’unità – deve essere bandito perché davvero deve venire prima l’Italia prima di ognuno di noi. L’Italia intesa come il popolo italiano e le difficoltà che deve affrontare nella vita di tutti i giorni. Per questo mi aspetto un partito che abbia un indirizzo politico e che sappia darsi una linea programmatica chiara in questo senso. Credo peraltro che i grandi leader si riconoscano dalla capacità di trovare delle grandi sintesi, tenendo conto delle diverse posizioni presenti”.
Chi invece fa sentire chiaramente la propria voce è il sindaco di Capannori Luca Menesini, che è anche presidente della Provincia, che ribadisce, alla vigilia della direzione Pd, la propria posizione: “Mi auguro di cuore – dice – che gli esponenti del Partito Democratico non diano seguito alla minaccia di scissione, perché sarebbe una follia incomprensibile per i nostri cittadini. Lo scontro, anche accesso, fa parte della nostra storia; il Pd è un grande partito riformista e quindi inevitabilmente un contenitore di tante anime e tante storie che avevano deciso di rinunciare a un pezzettino di individualità per creare un qualcosa di più grosso insieme agli altri”.
“Dopo il referendum del 4 dicembre scorso – spiega Menesini – sembra di essere tornati nella Prima Repubblica, dove ciascuno fondava il suo partito per risicare quella percentuale che garantiva un seggio. Ma non garantiva la governabilità, che abbiamo detto essere un obiettivo da raggiungere anche in Italia come nel resto di Europa. Faccio il sindaco, passo le mie giornate con i cittadini. Fidatevi, nessuno capirebbe la scissione. Il Pd è ancora oggi il partito portatore di un sogno, e a quello bisogna pensare. I partiti hanno senso se si occupano degli italiani, se questionano sul lavoro, sul welfare, sullo sviluppo sostenibile e la nuova mobilità. Oggi il Pd è arenato in uno scontro dove l’io prevale sul noi. Il Pd, però, siamo anche noi che tutti i giorni lavoriamo sul territorio e proviamo a dare risposte concrete ai cittadini. Ascoltateci e fidatevi.
“Ascoltate – conclude – la richiesta di chi parla con le persone in strada quotidianamente: il Pd deve restare unito, e deve consentire la scelta del segretario e della linea politica con lo strumento più democratico del nostro partito, ovvero il congresso. Se spostiamo l’attenzione dal leader ai contenuti ci accorgiamo che il Pd non solo può, ma anzi deve stare unito, perché è attualmente l’unica forza politica in grado di portare l’Italia fuori dalla crisi e garantire i valori fondativi quali l’uguaglianza, la democrazia e il pluralismo”.
Scetticismo ma qualche speranza di “salvezza” del Pd nelle parole di Stefano Baccelli: “Quand’ero ragazzo facevo parte della sinistra Dc – allora largamente maggioritaria nella mia città e nella mia provincia. Caratterialmente, anche per la giovane età, ero più focoso e bellicoso di adesso, politicamente ero convinto che i valori del cattolicesimo democratico fossero gli unici in grado di far sintesi tra il necessario pragmatismo di una proposta di governo credibile e l’idealismo dell’ineludibile obiettivo di realizzare una società più attenta ai principi di giustizia ed eguaglianza. Non capivo come mai, essendo noi, non solo quelli buoni ma pure in schiacciante maggioranza ci ostinassimo, dopo furenti litigi e discussioni infinite, a cercare sempre un punto di equilibrio in nome di un mantra, un dogma, un imperativo categorico: L’Unità. Mi era incomprensibile il motivo per cui i dirigenti di allora non si liberassero di quegli insopportabili, astiosi, mediocri rappresentanti della minoranza e ci costringessero a faticose mediazioni e compromessi”.
“L’ho capito solo dopo alcuni anni – commenta – La Dc si era spaccata, poi si era spaccato pure il Ppi, alla fine dal 40% di consensi della Dc degli anni ’80 eravamo arrivati al 3,7 per cento del Ppi. Certamente erano rimasti i migliori, i più puri tra i puri, gli idealisti senza macchia e senza peccato. Peccato, appunto, che con il 3,7 per cento fosse assai difficile non dico di cambiare il paese ma anche solo immaginare un progetto politico credibile per il quartiere dove ero nato e cresciuto. Perché giungemmo a quel punto, cioè alla totale impotenza politica nel giro di pochi anni? Certo, di mezzo c’era stata la caduta del muro di Berlino, tangentopoli, il sistema maggioritario… Ma il motivo vero fu un altro. Una classe dirigente che aveva perso la bussola dell’Unità. Che aveva attivato un meccanismo di auto conservazione individuale che si rivelò invece un micidiale congegno di autodistruzione di un’intera comunità politica. Da allora ripartimmo da zero ed attraversammo un lungo deserto. L’Ulivo, un’alleanza che seppe dare speranza all’idea di un centrosinistra credibile. La Margherita, nome assai poco seducente per un movimento che almeno aveva il merito dar vita ad un luogo politico più ampio, uno strumento che avesse qualche chance di incidere nell’azione politica. Ancora anni, litigi, scontri, discussioni e finalmente il Pd”.
“Il sogno di una vita – ricorda il consigliere regionale – Le grandi tradizioni socialiste, cattolico democratiche, liberali che si componevano in un soggetto nuovo e moderno. Domattina vado a Roma per l’assemblea nazionale che forse sancirà il brusco risveglio dal sogno, l’innesco del meccanismo che potrebbe portare all’auto distruzione del Pd. Dell’odierna riunione della minoranza ho capito poco o niente se non che saremmo appesi a qualche telefonata ed alle relative interpretazioni degli interessati interlocutori del nostro segretario. Permettermi di dire che la sola idea che una storia importante come quella del Pd sia legata a qualche telefonata dell’ultim’ora rende, almeno ai miei occhi, questa vigilia grottesca e toglie persino dignità alla sofferenza dei tanti che hanno creduto in questo progetto e vi hanno dedicato anni di impegno morale ed intellettuale. Non so come finirà ma, nel caso finisca male, so perché finirà. Non per una presunta insensibilità ai valori della sinistra da parte di questo Pd. Non per alcuni gravi errori commessi dal governo Renzi tra moltissime cose buone fatte. Non per il carattere evidentemente strafottente del nostro segretario. Non per calendari, tempi congressuali e conferenze programmatiche. Non per tutto questo ma solo perché alcuni sedicenti neorivoluzionari dirigenti anteporranno al valore dell’Unita quello dei propri personalissimi destini e così facendo ci condanneranno alla divisione e forse ad una futura irrilevanza politica”.

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