Pandemia, il sindaco di Borgo a Mozzano: “No al nichilismo, ma occorre fare delle scelte”

Lettera aperta del primo cittadino per guardare al futuro: "Intanto si usino i soldi del Recovery Fund e del Mes"

A riflettere sulla pandemia che tutti stiamo vivendo è il sindaco di Borgo a Mozzano, Patrizio Andreuccetti e lo fa con una lettera indirizzata a tutti i cittadini dove parla dell’importanza di non perdere una prospettiva di speranza verso il futuro.

“Il 2020, con il Covid-19 e tutte le sue conseguenze – scrive – segna uno spartiacque storico. C’è un prima ed un dopo che ricorderemo anche nei libri di storia. Se descrivere i fenomeni guardandoli una volta accaduti, sarà compito degli storici, agire per determinare il dopo Covid sarà compito principale della politica, e io mi auguro della politica democratica, senza che questa si faccia surclassare del tutto dal potere finanziario e tecnico. Oltre ai mezzi pratici con cui ricostruire, ci sarà un pensiero collettivo prevalente a cui affidarsi? Vi sarà una prospettiva ideale, da sempre motrice di quella pratica, attraverso la quale tracciare una visione? E’ importante domandarselo perché il rischio è l’assenza del pensiero, la tabula rasa della cultura, un nichilismo rabbioso, ovvero l’assenza di uno scopo per le nostre vite”.

“Le grandi epoche di svolta dell’umanità hanno sempre avuto il sostegno, o l’imprimatur – scrive Andreuccetti – di uno o più movimenti caratterizzati dai grandi del pensiero. La democrazia ateniese aveva Aristotele; la Roma imperiale Seneca; il Rinascimento una infinità di filosofi, scienziati, artisti; le Rivoluzioni del Settecento poggiavano sull’illuminismo; lo stesso Risorgimento (o il nazionalismo ottocentesco in generale) aveva il Romanticismo; l’Occidente odierno i teorici della democrazia liberale e possiamo continuare con altri esempi. Le correnti di pensiero dominanti avevano tutte uno scopo, una visione, un senso prospettico della realtà. La costruzione di una corrente di pensiero per il dopo Covid dovrà poggiare sul duello all’eterno presente, sulla lotta ad un consumismo come scopo (quindi non scopo) per la vita, sul creare un nuovo senso di comunità che all’individualismo sostituisca una concezione più solidale dei rapporti umani, sul tornare a valorizzare le competenze, in ogni ambito? Sono domande centrali”.

“Le elezioni statunitensi (ma anche le recenti tornate in Italia) ci hanno dato un quadro dicotomico della politica – si legge nella riflessione – a cui, credo, manca una terza via credibile, almeno guardandola da una prospettiva progressista-riformista. Brutalizzo l’analisi (ovviamente, non è ovunque così, parlo di tendenze). Il centrosinistra vince nelle città e presso le classi medio-alte e dove c’è un maggior tasso di istruzione. Il centrodestra vince nelle periferie e nella classi medio-basse, e dove c’è un minor tasso di istruzione (quando parlo di maggiore o minore tasso di istruzione non do un giudizio di merito, semplicemente riporto un dato di fatto sottolineato da molti analisti elettorali)”.

“Il primo, se da una parte sembra garantire uno status quo a chi già sta bene – prosegue – dall’altra affronta tematiche più complesse, quindi non immediate, per le quali l’approfondimento è necessario (per usare un termine caro a vecchi dirigenti, è definitivamente entrata nel salotto buono della borghesia). Il secondo, se da una parte sembra garantire di più chi ha meno, fondando la propria promessa di protezione nell’individuazione di un nemico da fronteggiare (sia esso il nero, il romeno, il terrone), dall’altra affronta temi più immediati e facilmente comprensibili da tutti (da noi la destra, da liberale, ammesso che in Italia ne sia mai esistita una, si è trasformata prevalentemente in “destra sociale” o “sovranista” che dir si voglia)”.

“Chi, come me, concepisce il mondo in maniera democratica e crede nei diritti fondamentali senza che nella società debbano esserci necessariamente contrapposizioni, non può certo rinunciare alla complessità dei temi (mai ho visto risolvere situazioni complesse con soluzioni semplici), ma allo stesso tempo non può accettare un centrosinistra conservatore – aggiunge – Ai tempi della lotta di classe, quando esisteva una coscienza di classe, l’operaio si affidava all’intellighenzia, che della classe era guida. Ecco quindi che i meno abbienti stavano a sinistra. Finito quel mondo la prospettiva si è progressivamente capovolta. L’emancipazione dell’operaio, l’uno vale uno, i mezzi in teoria a disposizione di tutti, una classe politica che spesso ha smesso di parlare il linguaggio degli ultimi, hanno spinto i più deboli nelle braccia di una destra che, dicendo di tutelate la gente, crea, fomenta, o rappresenta (si, non è tutta mistificazione, c’è anche del vero in quello che la destra racconta) una realtà di contrapposizione ad un nemico”.

“Di fronte a quanto sopra c’è chi, nel centrosinistra, vorrebbe abbandonarsi alla nostalgia. Io non credo che soluzioni buone per il secolo breve (1914-1991) siano esportabili nell’oggi (peraltro quelle soluzioni uscirono sconfitte dal secolo di Hobsbawn). Sono altresì convinto che una nuova politica democratica, utile per la ricostruzione post Covid, debba fondarsi su alcuni principi fondamentali, inclusivi e condivisibili con tutti – scrive ancora il sindaco di Borgo a Mozzano – che più che guardare indietro sappiano costruire un domani di speranza: Europa dei popoli capace di rilanciare un nuovo piano Marshall; uno Stato che investa davvero in scuola (cultura), sanità e innovazione tecnologica (quindi lavoro e ambiente); uno Stato Sociale che oltre a incentivare gli investimenti delle imprese sappia davvero guardare a chi è più debole e indifeso (parlo di disoccupati, precari, ma anche di partite iva), senza che un debole ed un indifeso debba affidarsi alle sirene dell’odio, della contrapposizione, dell’individuazione del nemico come motivo del proprio malessere. Più facile a dirsi che a farsi?”.

“Intanto che si usino il soldi del Recovery Fund, che si prendano quelli del Mes, così da investire in maniera strutturale sui punti di cui sopra. Ma sono prestiti, viene detto. La così detta golden age italiana, quella compresa tra il 1949 e il 1973 (anno della crisi petrolifera) non poggiava forse su massicci aiuti esterni? Pensiamoci”, esorta Andreuccetti.

Dobbiamo sconfiggere il nichilismo – conclude – l’assenza di uno scopo, che sta investendo e sempre più investirà tutte le generazioni. Dobbiamo farlo con unità, senza lasciare nessuno indietro, ma sarà fondamentale fare delle scelte. La scuola, la sanità, il lavoro in tutte le sue forme, possono essere sia portatori di prospettive inclusive sia accompagnatori di nuovi sogni da vivere nella realtà. Perché si sa, una realtà senza sogni non è degna di essere vissuta. Il sogno è compito della politica”.

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