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Manifattura, Mammini chiama di nuovo in causa la Fondazione: botta e risposta con Raimondi

Si riapre il confronto sul progetto Fondazione-Coima. L’ex assessora difende l’iter seguito: “Non fu semplicemente cestinato”

“Dopo un lustro, mi viene da pensare anche a un possibile nuovo ruolo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca nella rinascita complessiva di questo grande pezzo di città. La Fondazione, nel frattempo, non è stata ferma. Ha scelto concretamente di investire nella Manifattura: ha acquisito l’ex Cinema Nazionale e Dopolavoro e, insieme alla Fondazione Ragghianti, ha promosso la nascita del Centro delle Arti. Oggi, proprio lì, è in corso un importante intervento per la realizzazione di un nuovo polo culturale. È una scelta importante, che restituisce una prospettiva concreta a una parte di quel sistema urbano. Ma se vogliamo tornare a ragionare sulla Manifattura come su un unico grande pezzo di città, la domanda è inevitabile: può la Fondazione attraversare la strada, dall’altra parte di via Vittorio Emanuele II, e provare di nuovo a essere uno degli interlocutori di una riflessione più ampia sul futuro dell’intero comparto?”. A porsi la domanda è stata l’ex assessora all’urbanistica Serena Mammini, protagonista dell’iter della variante al Regolamento urbanistico che, nel 2021, ha pianificato le possibili funzioni dell’ex fabbrica per facilitarne il recupero.

Una proposta che ha provocato la replica di Domenico Raimondi, presidente dell’associazione Lucca è un grande noi. Ne è nato sui social un confronto sulla memoria della vicenda, sulle occasioni perdute e sulle condizioni necessarie per evitare che, dopo il tramonto di Polimea, il dibattito riparta ancora una volta dalla casella iniziale.

“È bastato che il progetto Polimea si fermasse – scrive Raimondi – e, improvvisamente, sulla ex Manifattura hanno ricominciato a parlare tutti. Soprattutto quelli che c’erano già. Nuove idee, nuove proposte, nuovi appelli. Come se questi anni non fossero mai esistiti. Sono tornati i comitati che ai tempi dell’amministrazione Tambellini chiedevano partecipazione e combattevano il progetto della Fondazione Crl, capitanati da chi oggi amministra Lucca. Pardini, del resto, la partecipazione l’aveva promessa. Poi, una volta eletto, spiegò che sulla Manifattura la partecipazione non serviva perché ‘sappiamo cosa fare’. Mobilitazioni? Proteste? Conferenze stampa in piazza San Michele? Niente. Silenzi. Evidentemente, per qualche anno, la partecipazione ha potuto godere di un meritato riposo. Adesso Polimea si è fermata e la partecipazione torna improvvisamente indispensabile”.

Prosegue Raimondi: “Poi c’è l’intellighenzia lucchese, che offre uno spettacolo persino più creativo. C’è chi vuole coinvolgere Stefano Mancuso e chi immagina un grande parcheggio, chi propone di convocare un imprenditore solo perché ha scritto un post sui social e chi trasferirebbe lì gli uffici comunali. Manca poco alla pista di pattinaggio, ma Natale si avvicina e confido nel prosieguo del dibattito”.

“Qualcuno immagina persino – va avanti Raimondi – che Lucca possa diventare un modello italiano e internazionale nella rigenerazione dei grandi spazi urbani. Ambizione lecita. Peccato che, mentre noi da anni discutiamo su come inventare il modello, altrove molte ex manifatture siano già state rigenerate o lo stiano diventando. Con residenze, lavoro, cultura, commercio, formazione e servizi. Con capitali pubblici e privati. Insomma, proprio quella mescolanza di funzioni e interessi che a Lucca è stata spesso considerata sospetta, quando non addirittura incompatibile con il bene pubblico. Forse, prima di spiegare al mondo come si rigenerano i grandi spazi urbani, potremmo dare un’occhiata oltre le Mura per capire come il mondo li ha già rigenerati”.

“E infine, inevitabile, ritorna il corteggiamento alla Fondazione Crl invitandola a farsi avanti perché ha risorse, competenze, relazioni e capacità di attrarre investitori. Ed eccoci al Gioco dell’Oca della Manifattura: dopo molti anni si ritorna alla casella di partenza. Perché quella stessa Fondazione – ricorda Raimondi – aveva già messo risorse, competenze e investitori intorno a un progetto. Dopo due anni di interlocuzioni, discussioni e polemiche, quel progetto fu cestinato proprio da chi oggi sembra scoprire che forse quelle risorse, quelle competenze e quegli investitori potevano essere utili“.

“Ricordare tutto questo – aggiunge il presidente di Lucca è un grande noi – non significa riaprire le guerre del passato. Significa semplicemente evitare che ogni cinque anni si cancelli la lavagna e tutti tornino in classe fingendo di essere i nuovi iscritti. Perché oggi, con la città rimasta a mani vuote, le soluzioni abbondano. Molto più rara è una frase semplicissima: questa era la mia posizione, questa scelta l’ho sostenuta, il risultato non è arrivato, forse qualcosa abbiamo sbagliato. Sia mai!”

Va avanti Raimondi: “La realtà, molto meno affascinante delle discussioni, è che un complesso di 14mila metri quadrati non si salva con gli slogan, con i veti o con la purezza delle intenzioni, e non si salva neppure ripetendo che ‘la Manifattura deve rimanere pubblica, la Manifattura è dei lucchesi’. Servono qualità progettuale, funzioni capaci di farla vivere ogni giorno e per tutto il giorno, sostenibilità economica, investimenti, competenze. E serve una regia pubblica forte, capace di governare gli interessi privati senza demonizzarli e, soprattutto, evitando di farsi governare”.

“Dopo molti anni – conclude Raimondi – la cosa meno teorica di tutte è ancora lì: un enorme edificio ridotto a rudere. Prima di ricominciare con tavoli, appelli, personalità da convocare e formule salvifiche, sarebbero dunque utili due ingredienti assai meno originali: memoria e assunzione di responsabilità. Sia chiaro: le idee, nel dibattito pubblico, sono sempre benvenute. Tutte. Ma almeno, questa volta, senza fingere di essere appena arrivati”.

Serena Mammini replica respingendo quella che considera una ricostruzione parziale del progetto Fondazione-Coima, rivendicando il lavoro svolto sulla variante urbanistica e invitando a guardare avanti senza cancellare quanto fatto.

“Abbiamo ricominciato a parlare in tanti su Manifattura, compreso Domenico Raimondi che leggo sempre volentieri e con interesse; per quanto forse dimentica qualche mio intervento su ‘Sua Maestà’ fatto in tempi non sospetti. Come dici, parlano ‘quelli che c’erano già’, ma forse perché hanno da dire qualcosa in più di chi sta sull’albero a cantare? Ben vengano allora i ‘creativi’ e gli ‘ambiziosi’, troppo carenti nel nostro panorama sempre più piatto”.

“Sulla pista di pattinaggio non ci scherzerei: un’ipotetica piazza rialzata circondata da tanti alberi e con lucine di Natale non sarebbe suggestiva? Sul guardare fuori dai nostri bastioni – spesso anche mentali – come non concordare con te. Lo auspichiamo da sempre.
Sul fatto invece che ‘i vecchi iscritti’ debbano tacere – non so perché mi senta tirata in ballo – mi pari un po’ troppo severo. Se così fosse, sarei in buona compagnia anche dentro il consiglio comunale. Chi può decidere chi possa parlare o tacere? Ognuno sa di sé, del proprio operato”, dice Mammini.

“Molto di ciò che scrivi lo condivido e lo diciamo da sempre: memoria, sostenibilità economica, mix funzionale, capitale privato, regia pubblica. Passare dal dire al fare pare più complicato invece. Proprio per questo la tua implicita frecciata alla mia posizione la percepisco un po’ curiosa. O forse mi sfugge qualcosa. O forse la narrazione ha saltato qualche pagina. Perché la matassa sull’argomento è piuttosto grande. Dichiari di non voler riaprire le guerre del passato – dice Mammini – e dedichi parte del tuo post proprio a riaprire le guerre del passato. Che poi non chiamerei guerre”.

“La proposta del 2021 non fu semplicemente ‘cestinata’. Liquidare così un lungo e complesso lavoro intersettoriale è molto riduttivo. Era stato costituito un gruppo di lavoro che coinvolgeva lavori pubblici, finanze, avvocatura, patrimonio e urbanistica. Furono definiti i parametri di interesse pubblico e richieste alcune modifiche. Nel frattempo anche i saggi archeologici sull’area misero in discussione la soluzione dei parcheggi interrati prevista dal progetto. Così altri vincoli posti dalla Soprintendenza si aggiunsero a quelli già esistenti. Mica poco per il business plan! La proposta – ricostruisce l’ex assessora – fu oggetto di ulteriori confronti e modifiche, anche sul piano economico-finanziario. Alla fine, purtroppo, non venne trovata una configurazione ritenuta di interesse pubblico sufficiente per poter passare alla fase successiva del bando pubblico. Insomma, nessun cestino, ma condizioni che Coima non ritenne di accettare“.

Prosegue Mammini: “Per me fu un peccato, una grande occasione persa, altri esultarono. Punti di vista. Pensi che siano state decisioni leggere e non sofferte anche per chi, come me, ne aveva coordinato essenzialmente la parte urbanistica? A meno che non si pensi che l’iter si sia interrotto proprio per questioni di natura pianificatoria, perché davvero sarebbe da sprovveduti. Anzi, senza quella variante – osteggiata da più parti e in più modi – la Manifattura sarebbe rimasta destinata alla sola funzione produttiva. Quindi, Coima o non Coima, quella variante era una condizione necessaria per qualunque progetto di trasformazione“.

“Questa è la storia. E non vedo alcuna ragione per riscriverla, né per nasconderla, negarla o altre trappole simili. Ma ritengo sia più utile adesso, visto che è passato un lustro e siamo ancora ai blocchi di partenza, spostare il discorso cinque anni avanti, dal 2021 al 2026. Oggi – aggiunge Mammini – le condizioni sono cambiate, gli interlocutori possono cambiare e le idee possono evolvere. La stessa Fondazione Crl, nel frattempo, ha scelto di investire concretamente ‘al di là della strada’. Perché allora non chiederci se possa tornare a essere uno degli interlocutori di una riflessione più ampia sul futuro dell’intero comparto? Non per tornare indietro, ma per guardare avanti. E perché mai chi allora si trovava in parte dentro quella vicenda dovrebbe oggi essere considerato inadatto a chiedere o guardare oltre? Forse sulla base di una ricostruzione molto parziale della vicenda?”

“La Manifattura non ha bisogno di nuove guerre, ma di proposte, competenze, capitali, sostenibilità economica e una forte regia pubblica. Giusto? E soprattutto di una città capace di discutere senza pensare che ogni nuova idea debba necessariamente cancellare quelle precedenti, Polimea compresa. Non siamo all’anno zero. E forse è proprio questa la nostra risorsa. La matassa è lì e anche la lavagna, e nessuno mi pare abbia cancellato nulla, semmai le scritte vanno lette per bene e avanti“.