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Il partigiano Sebastiani, da via degli Asili all'Albania

partigianigramsciFurono esattamente 1776 i soldati italiani che in Albania, all’indomani dell’8 settembre ’43, abbandonati dai comandi, privi di mezzi, incalzati dai nazisti con la consueta ferocia, scelsero di non arrendersi e di tenere viva la fiaccola della dignità nazionale nella lotta di liberazione in terra albanese. Da militari di un esercito invasore si fecero partigiani, mettendosi con umiltà, lungimiranza e coraggio al servizio di quel popolo che, fino al giorno prima, avevano contribuito a opprimere, ma solo per volontà della politica del fascismo. 

In Albania i fanti e gli artiglieri italiani, nella stragrande maggioranza dei casi soldati semplici e per la gran parte – ma non solo – toscani, fornirono uno straordinario esempio di solidarietà: tanto più degno di essere ricordato per quanto poco è conosciuto e valorizzato nel nostro paese. Soprattutto in un momento in cui, purtroppo, sia nella ricerca storica, sia nel senso comune sembrano farsi strada preoccupanti umori revisionisti nei confronti di un giudizio storico, politico e morale sul fascismo che dovrebbe ormai essere tanto definitivo quanto negativo. Foltissima – l’abbiamo già detto – la presenza dei toscani in questa nutrita pattuglia di combattenti per la libertà sotto la bandiera nazionale albanese, rossa e con l’aquila nera. Tra questi dieci lucchesi. I loro nomi?
Antonio Barsante, Ghivizzano, 1921
Ernesto Bertini, Loppeglia, 1923
Dario Bertocchini, Lucca, 1921
Giuseppe Bulgarelli, Fornaci di Barga, 1919
Pietro Fortini, Vagli, 1912
Renato Galli, Lucca, 1917
Ilio Leopardi, Seravezza, 1911
Adolfo Parrini, Ruota, 1928
Gino Quartaroli, Porcari, 1923
Alfredo Sebastiani, Lucca, 1920
L’ultimo dell’elenco, Alfredo Sebastiani, furiere del battaglione Gramsci, è anche l’autore di un bellissimo diario delle imprese degli italiani inquadrati nei ranghi dell’esercito di liberazione nazionale albanese. Lucchese di “drento le mura”, via degli Asili al civico 6, Sebastiani nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre sa istintivamente schierarsi dalla parte giusta e pagò con la vita questa sua scelta: muore infatti tragicamente due giorni dopo la liberazione di Tirana, vittima di un’arma subdola, del cibo avvelenato lasciato con l’obiettivo d’uccidere dai nazisti in fuga. Lo stato albanese ha riconosciuto al partigiano Alfredo Sebastiani due onorificenze: 'urdarin e trimerise' (ha combattuto con coraggio nelle file dell’esercito di liberazione nazionale albanese, è stato esempio di resistenza e di abnegazione donando anche la vita in lotta contro gli occupanti nazifascisti per la liberazione dell’Albania) e 'ylli partizan te klesit' (si è distinto per l’audacia e per il coraggio dimostrato combattendo nelle file dei reparti partigiani durante la lotta di liberazione nazionale del popolo albanese contro gli occupanti nazifascisti finché diede anche la vita). Così scrive di lui il commissario politico di allora, il fiorentino Bruno Brunetti, in un suo commosso ricordo di Alfredo: “Un ultimo partigiano caduto in Albania per la malasorte di un destino infame, il giorno stesso in cui avrebbe potuto assaporare la gioia della grande vittoria, dopo dieci duri mesi di lotta accanita al nazifascismo. I compagni di lotta italiani e albanesi gli resero le onoranze militari che meritava: si professava cattolico e credente ed il cappellano militare don Silo officiò il rito funebre. Una folla di connazionali, militari, civili e amici albanesi lo accompagnò all’ultima dimora. Fu sepolto nel cimitero cattolico di Tirana in un’area dove, appena il giorno prima, erano state seppellite le salme di una sessantina di italiani trucidati dai nazisti durante gli ultimi giorni della battaglia per la liberazione della capitale. Anche per loro Alfredo si era prodigato: per raccoglierli, identificarli e farne un elenco. Una delegazione di maestranze dei cantieri italiani della regione piantò sulla tomba una croce d’abete con una targhetta nella quale si leggeva: Alfredo Sebastiani, partigiano del battaglione Antonio Gramsci, caduto per la libertà dei popoli”. Traslate a Lucca negli anni Cinquanta le sue spoglie riposano nel cimitero urbano della città.

Luciano Luciani

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