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Fine vita e terapia della dignità: l’importanza della psiconcologia

Introduce il tema la psicologa Matilde Ragghianti, che a breve tornerà a parlarne al consultorio La famiglia di via del Fosso

Negli ultimi anni, l’interesse per il mondo delle cure palliative si è notevolmente intensificato, grazie anche ai numerosi sviluppi in campo tecnico nella gestione del dolore e nell’ambito della sedazione, che hanno aperto, accanto a prolifici scenari di progresso, anche nuove problematiche morali, etiche e legali.

Le cure palliative consistono in una cura attiva, globale e multidisciplinare dei pazienti la cui malattia non risponde più ai trattamenti specifici. L’attenzione a tutte le sfaccettature della malattia terminale porta a riflettere sul ruolo dello psicologo nella fase finale della vita, quando è ancora possibile, anzi doveroso, aiutare il paziente a vivere con dignità e in pienezza, e riconoscerlo come persona unica e irripetibile.

Il malato ha bisogno di essere accolto con affetto, curato e accompagnato con competenza nella sua globalità, con il suo disagio non solo strettamente organico, ma anche psicologico, sociale e spirituale. Quando al centro viene posta la relazione intima con la persona, in un contesto comunicativo aperto e accogliente, gli ultimi momenti prima della morte possono fornire un’opportunità di scoperta, non solo per il morente, ma anche per chi lo accompagna. Questo tipo di rapporto è caratterizzato da un interesse autentico per quanto la persona sta vivendo, attraverso il quale si può costruire un clima di fiducia reciproca necessaria per comunicare intimamente.

Molto spesso i contenuti che emergono nella conversazione intima con il malato terminale rivelano aspetti di paura, di vergogna, di dolore profondo. Lo psico-oncologo può offrire alla persona ascolto, riconoscimento e condivisione, cosicché anche questa fase ultima e delicata della vita diventi esperienza di crescita e di arricchimento reciproco, e possa in qualche modo cercare di dare ricchezza e senso a ciò che la persona sta vivendo.

Partendo da questi presupposti, lo psichiatra canadese Harvey Max Chochinov ha sviluppato un protocollo costituito prima dalla somministrazione di un’intervista, poi dalla redazione di uno scritto che ha il valore di un testamento spirituale: la terapia della dignità. Le premesse da cui muove Chochinov trovano le radici in numerosi studi
internazionali sull’eutanasia e sulle cure palliative.

Secondo quanto hanno riferito i medici coinvolti in tali studi, la perdita di dignità è la ragione più comune addotta dai loro pazienti per chiedere di accelerarne la morte. È stato dimostrato che la percezione di perdita della dignità è influenzata da molteplici fattori, tra cui i più importanti sono la sensazione frequente di degradazione, vergogna o imbarazzo e il sentirsi un peso per gli altri.

La terapia della dignità è una conversazione strutturata in cui le persone possono dar forma all’immagine di sé che vogliono lasciare e concludere in modo armonioso ciò che eventualmente è rimasto in sospeso. L’incombere della morte può così diventare un’opportunità di risanamento, di conoscenza e di consapevolezza, in cui la persona rivaluta le attività della propria esistenza.

In poche parole, i pazienti che prendono parte a questa terapia sono invitati a dedicarsi a conversazioni in cui affrontano ricordi della propria vita che giudicano rilevanti, o esplicitano valori che vogliono trasmettere alle persone amate che sopravvivranno alla loro morte. Queste conversazioni, infatti, vengono registrate e trascritte in un documento che rimarrà a disposizione dei familiari del paziente.

Il ruolo dello psico-oncologo, a parte quello di fare da guida e di rendere  possibile questo processo, consiste nell’impregnare di dignità l’interazione terapeutica; questo significa che il paziente si deve sentire accettato, considerato e celebrato. La terapia della dignità è stata sviluppata come un modo per tentare di diminuire la sofferenza del malato terminale, per migliorarne la qualità della vita e il senso di benessere, per consentirgli di sistemare le questioni pratiche in sospeso, di lasciare raccomandazioni e insegnamenti importanti ai propri cari e di rafforzare così il proprio senso di dignità.

Non meno importante, questo approccio terapeutico è stato concepito e si è dimostrato efficace per essere di conforto alle persone che restano, durante il periodo del lutto. Il protocollo della terapia della dignità è stato validato in un primo trial clinico nel 2005 e l’81 per cento dei pazienti che l’hanno portata a termine ha riferito che è stata d’aiuto a loro e sarebbe stata utile ai familiari.

In questo studio, anche gli indicatori della sofferenza e della depressione hanno mostrato miglioramenti significativi. I dati empirici raccolti dimostrano che la terapia della dignità può arricchire l’esperienza del fine vita, può
migliorare il benessere spirituale e la qualità di vita, può aiutare i pazienti a fronteggiare lo sconforto, a elaborare il fatto che stanno per lasciare le persone amate, ad affrontare sentimenti come la tristezza, la perdita, l’isolamento e un senso danneggiato dell’identità e del proprio valore.

Può anche aiutare i pazienti a prendere in esame le proprie priorità in termini di relazioni, convinzioni spirituali e religiose e ad affrontare l’urgenza di risolvere i conflitti o di ottenere obiettivi personali che abbiano un senso. Per quanto riguarda i familiari, la terapia della dignità può mitigare i sentimenti di dolore e rappresentare una presenza confortante nel periodo del lutto.

A questo proposito, intervistato a nove-dodici mesi di distanza dalla morte dei loro cari, il 95 per cento dei familiari ha ritenuto utile questo approccio terapeutico, sia per il diretto interessato, sia per loro, nel momento del lutto e del cordoglio. Nei prossimi mesi, al consultorio La famiglia di via del Fosso, saranno previste alcune serate a
tema per approfondire questi argomenti e parlare insieme di tutti i risvolti di questo approccio terapeutico.

dottoressa Matilde Ragghianti
psicologa

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