Le rubriche di Lucca in Diretta - Food News

Passato, presente e futuro condizionato

Un tuffo nel pianeta Cina in cambiamento: una premonizione prima dell'emergenza Covid

“Mollare, non mollare, spaghetti, non spaghetti… ti preoccupi troppo per ciò che era e ciò che sarà. C’è un detto: ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi… è un dono. Per questo si chiama presente” (Shifu a Po – Kung Fu Panda)

Houston, abbiamo un problema… è stato un tormentone per chi ha qualche anno di più sulle spalle, ma rappresentava in un certo senso il futuro, lo spazio, le comunicazioni non di voce viva ma con un tocco di elettronica nel sound. Il pianeta di Papalla… devo andare… mia moglie aspetta un Philco… archeologia dell’immaginario e della pubblicità televisiva.

Per 35 anni ho scorrazzato nel pianeta Cina in cambiamento, come è la Cina continuamente trasversalmente e verticalmente, in modo mai comprensibile a noi e forse neanche a loro. Per quello hanno quelle facce un po’ cosi come quelli che abitano… in Cina, e da quando ci ho messo piede la prima volta nel 1985, il pensiero va a quelle facce che così spesso sono mascherate e nessuno ci fa caso. Oggi molti giovani cinesi che conosco si stupiscono che io li riconosca uno dall’altro e mi viene da pensare: ma loro si riconoscono o no? O hanno il nuovo antico desiderio di essere riconosciuti (non capiti… quello è una mission impossible per tutti a tutte le latitudini)

Un mix di passato e futuro ma ultimamente ho avuto la netta impressione che il futuro sia già presente, nelle applicazioni ma soprattutto nell’approccio. E quello che avviene in Cina, metà del globo, riguarda l’altra metà, nel male ma anche nel bene. L’approccio già ci spiazza, ricordiamocelo, noi stringiamo mani, baciamo, abbracciamo. Loro stanno come a debita distanza, un inchino più o meno pronunciato ed è tutto. La mancanza assoluta di abitudine alla stretta di mano porta a goffi surrogati dove il massimo è un campionato mondiale di mano morta.

Passato presente

Tutto è iniziato in cucina, quando mi hanno portato in un Noodles restaurant, cioè un ristorante più che tipico, atavico per i cinesi, dove si mangiano i Mian, gli spaghettini, in un ciotolone con brodo , piatto unico, o con sole verdure o con pollo in diverse versioni, manzo eccetera. Tanto per intenderci un ristorantino come quello illustrato in Kung Fu Panda. Sì proprio quello di suo padre (beh sì, non proprio il padre vero ma non importa… vero?)

E qui, pure in un localino rivisitato nelle pulizie e nei colori naif, un innato gusto alla copia (sempre in Cina siamo…) è riuscito a copiare se stesso ed essere un posto cool, trendy eppure con avventori variati dalle ragazzine alle famiglie ai vecchi con le facce antiche. Mix di giovane e classico fra mamma in cucina, cameriera, figlia alla cassa e figlioletto cellularmunito.

Il nome è chiaro e funzionale, tradotto suona come “gli spaghetti stanno arrivando”.

passato e presente in Cina Funa il viaggiatore romantico

Come aperitivo arriva una vaschetta di zampe di gallina ben disossate e con una salsetta acida che parrebbe a base di aceto (Slurp! Da bimbo quando la mamma faceva il brodo (che… tenetevi forte… si fa con la gallina e pezzi selezionati di manzo e carote e aromi vari e non con il dado, quello è un brodo d’azzardo…) poi si mangiava quello che aveva trasmesso il sapore e il grasso al brodo, e quindi tutta la carne lessa con salsa verde e maionese (gira bene! altrimenti “impazzisce”…chissà cosa farà mai una maionese pazza…). C’erano anche pezzi meno usuali ma altrettanto ambiti quali proprio le zampe della gallina, che servivano ad allenarsi a mangiare dove da mangiare non c’era, pelle calletto e poi rumori di succhietti per rifinire una delle cose più magre che ricordi. Paese che vai, zampe di gallina che trovi!

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Siamo in tre e ognuno ordina (io lascio fare chi mi ha portato…) una ciotola a base di Mian (spaghettini di grano duro che non scuociono) e verdure miste a foglia e no, ma con mix diverso nel brodo, chi di gamberini piccoli e perfetti come preziose stampe Ming, chi di pollo semplicemente bollito, e io con piccoli bocconcini di manzo, germogli di bambù giovane e funghi Mu Er, un fungo che cresce sugli alberi, quasi mimetizzato con il tronco, ma che all’accenno della prima pioggia, si apre come un orecchio all’ascolto. Della pioggia.

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Il brodo è perfetto, i bocconcini saporiti e il mix di verdure di un sapore incredibilmente raffinato. Gli spaghettini (li ho nazionalizzati veloce-veloce) una bontà e come tutte le cose belle… difficili da raggiungere con le bacchette, anche se qui ci si può aiutare con un cucchiaio. In realtà mi fanno vedere che anche loro si industriano con una tecnica mista ad avvolgere gli spaghettini fra le bacchette, poi alzano e servono in bocca “con schiacciata” da pallavolo. Più o meno funziona.

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La quantità, all’opposto del prezzo (circa 1,50 euro), è notevole e il goloso di turno (indovinate chi) è il solo a finire il ciotolone sotto gli occhi compiaciuti delle mie “guide” Eva, Trista, del cuoco, della mamma, della figlia e anche della cameriera (pelle da Sharpei e capello tipo Zoe & Arturo…) che mi guarda fra lo stranito e l’affascinato con “ma da dove ariva luqquì?” dipinto sulla faccia. beh… ogni tanto ci si scambia le sensazioni…

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Presente futuro

Il giorno dopo siamo in un altro localino per pranzo, format tipico di due file di quattro, massimo cinque tavoli come ieri, invece delle panchette di legno qui tutto più moderno, colori chiari e sedie con spalliera in legno. Il nuovo inizia con il tavolo che ha un quadratino bianco nero Qrc (quick recognising code) e le faccettine dell’app Wechat, versione cinese di Whatsapp. Ma con Wechat puoi anche pagare.

La ragazza che è con me scansiona con il telefono il Qrc ed entra in contatto con il ristorante, nel menu del ristorante, quello che in posti tradizionali è fisicamente a grosse foto poste all’ingresso del ristorante, foto appese al muro e ora nella “cornetta”. Guardiamo, scegliamo e mettiamo nel carrello come un normale e-shop. Un ultimo clic ed abbiamo ordinato e pagato via wechat/pay. Questo causa in 5 minuti uno sbucar di cameriera, muta, che ci porta il tutto.

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Mangiamo sashimi e poi un piatto “carino” con base riso bianco, carne fine leggermente fritta e ricoperta di una salsa pomodoro e curry. Sì insomma una cotolettina, sentiamoci a casa o quasi. Ce ne andiamo insalutati ospiti. Comunque paganti. Umanamente un po’ assenti.

Passiamo da un quasi pasticcere per comprare il pranzo a chi è rimasto in ditta, uno di quei forni tutto fare che vendono diversi tipi di pane e dolci da bombardamento calorico e colorico, estrogenizzati belli da vedere come si deve per un futuro foodie (ormai il cibo si fotografa, mangiarlo è accessorio). Qui paghiamo via Alipay (Apple pay l’ha copiata… ahahaha non ci posso credere) appoggiando il telefono su una piastrina con l’onnipresente Qrc.

La commessa ha una strana protuberanza trasparente sotto il naso: una mascherina con intelaiatura che sostanzialmente le impedisce di “contaminare” cibi e dolci così ammodino con starnuti o colpi di tosse o anche solo saliva nebulizzata mentre parla. Sarà per quello che sta di molto zitta?

Ritorniamo come eravamo arrivati, con un car sharing di nome Didi, in pratica Uber un po’ più dimesso ma altrettanto efficiente e poi senza neanche una R a turbare miliardi di lingue.

Intorno a noi tutti buffi motorini elettrici (piuttosto affollati, tre passeggeri alquanto spesso) che vanno piano e permettono a quasi tutti di guidare con una mano sola e avere il telefonino nell’altra. Schiere di bici elettriche sulle rastrelliere dalle quali si sbloccano tramite il solito Wechat-pay. Ieri sera sono tornato all’hotel con un risciò carrozzato con ombrelloncino oblungo (semi-spider da pioggia, molto popolare in Cina) guidato da un vecchio, quelli di una volta. Ho pagato una corsa di 15 minuti neanche 1 dollaro, mi ha ringraziato sorridendo, probabilmente gli ho dato molto di più del prezzo corrente, e se ne è andato… non pedalando, usando il motore elettrico montato recentemente dietro alla trasmissione. Se ne è andato silenziosamente, come fanno spesso i vecchi dappertutto, ma lui aveva l’aria di pensare di molto ai fatti suoi, con le gambe incrociate seduto su un mezzo a metà strada fra i carri imperiali da battaglia che si vedono a X’ian nell’esercito di terracotta e un qualsiasi abitante del Pianeta Papalla. Forse là anche i vecchi sono elettrici e non se ne vanno mai. Così tutti i bambini hanno sempre i nonni e questa è davvero una ganzata, lo dovete ammettere.

Futuro condizionato

Strade pulite e piene di verde, multi corsie e pedoni che passeggiano a fine lavoro… l’area intorno a Shanghai (molto intorno, chilometri quadrati alla cinese…) è un modello di sviluppo supersostenibile per gente più rilassata, se mai un cinese si può dire rilassato. Ho visto già un paio di queste piccole città (da 2 a 4 milioni) studiate così, nate in antiche aree rurali ma…cosa non era rurale in cina?

Certo come potete immaginare in Cina c’è tantissimo inquinamento, a dicembre 2016 a Pechino non hanno fatto uscire la gente da casa per giorni e nel Guangdong chiudevano le ditte a settimane alterne per respirare, ma c’è altrettanto fermento e realtà “verde”. E se la Cina va in quella direzione non potete immaginare la velocità con la quale accadrà. Ogni commento sulle scelte proclamate di un americano di fluorescente capigliatura è superfluo.

A sera sul canale Cctv, uno dei principali nazionali, un servizio corposo sulle innovazioni delle smart houses, smart living, nessuna concessione al fumo. Io lo guardo da un hotel vecchia maniera, in una camera per fumatori che non trovavo da tanto tempo (avevano solo quella, io nella realtà non fumo, posso dire che annuso per spunti di sensazioni puzzose perse nei meandri della memoria o se volete faccio di necessità virtù).

Fanno vedere come stanno mettendo a norma tutte quelle schiere di palazzoni, per lo più vuoti in attesa di quei secondi figli che cresceranno dopo la fine dell’era del figlio unico (1980-2015) , con impianti fotovoltaici su centinaia di milioni di tetti, regolazione delle luci dal telefono, regolazione della temperatura e dell’umidità dal telefono, regolazione della lavatrice dal telefono che fa tutto. Lo sento, mi sta prendendo l’ansia…

Beh, il telefono fa “quasi” tutto. In realtà dove non arriva il dito ormai anchilosato dall’uso dell’… usatore, può arrivare un’assistente che ha un’inquietante forma di testa opalina che accetta ordini vocali e anche saluti, ricambiando. Versione 1 casa, versione 2 anche nelle stazioni e negli aeroporti, robottini vaganti, parlanti e rispondenti.

All’improvviso come lampo di tuono mi fulmina il ricordo di oggi a pranzo, quel tavolo accanto al nostro, mentre noi intopavamo su quel telefonino per ordinare senza camerieri e pagare senza cassiere, prima di andarcene insalutati e non salutando ospiti. A un altro tavolo c’erano tre ragazze che erano venute insieme a pranzo. Come lo scenario corrente intermondiale vuole, tutte e tre perse in quello schermetto. In pieno silenzio.

Ecco: lo sapevo che c’era il trucco: nel futuro parleremo a delle teste opaline e smetteremo di parlare fra di noi umani. Anche per evitare di sputacchiarci l’un l’altro e stringerci la mano o, ohibò, abbracciarci.

Houston, abbiamo un problema… ma quando arriva Kung Fu Panda a salvare tutti?

Risposta: ciccia…non arriva. Ci dobbiamo salvare da soli. il nostro futuro vero è tutto quanto noi si fantastica e noi si realizzerà, ma non dovrà mancare mai il rumore di noi che ci parliamo. Al massimo massimo solo chi è innamorato può guardarsi negli occhi e non saper cosa dire ma almeno si guarda negli occhi. Il riconoscimento dell’iride ce lo spacciano come un ‘ohhh!’ ma la comprensiore dell’iride esiste da millenni…

Anche se non diventeremo il pianeta di Papalla almeno sapremo di cosa si tratta: un piccolo passo indietro per la tecnologia ma un grande passo avanti per l’umanità (Neil Armstrong dalla Luna, liberamente tradotto e interpretato) perché intanto, ad oggi, il miliardo di persone che vive sotto la soglia della povertà (una volta si diceva che muoiono di fame) da un numero vergognoso di anni è ancorà lì. Whatsapp? Wechat, they die.

Se il futuro di una volta è il presente, allora adesso ci auguro di ritornare alla perenne natura e di essere come funghi Mu Er. Capaci di tendere l’orecchio alla pioggia… di lacrime inascoltate.

Per dare più senso a questo articolo, è piuttosto singolare il fatto che l’ho scritto nel 2017 , ritoccato negli anni dopo e rifinito in gennaio 2020. Se lo leggete oggi post Covid suona almeno premonitore di cose che ci riguardano e corrono più veloci di noi, come se ci aspettassero anche più avanti di quello che vediamo.

Oggi, con il giocattolo rotto o in riparazione non si sa per quanto, oggi che siamo usciti dalla ruota da cavie da laboratorio di una serie infinita di automatismi, oggi che siamo in crisi di identità da lesa maestà “ma come, ho l’Iphone 10-32-45 (nb I phone e quello che dici tu mi interessa il giusto), la Ferrari-Maserati, il tatuaggio giusto, palestra, villaggi vacanza e tutto quello che ci vuole ammodo, come è possibile che debba stare in casa, a chi li faccio vedere telefono e macchina, chi sentirà il profumo costoso, l’ultimo I-something eppure ho fatto la fila di 2-3-40 giorni per averlo”. E ci mascheriamo, e non ci sfioriamo, abbracciamo, baciamo, e stiamo a debita distanza… mamma mia, speriamo di svegliarci presto…

No, svegliamoci ora, riconosciamo il valore delle azioni, delle cose e delle persone, una ad una, non della velocità senza senso. Ecco che la fine di quel pezzo ritorna buona, merita guardarsi intorno, aiutare a distanza debita e non, riconoscersi nonostante le mascherine… Per un pezzettino siamo Welcome in the club di chi non può fare quello che vorrebbe. Ospiti a casa di quel miliardo di persone che vive sotto la soglia della povertà, noi che oggi viviamo sotto la soglia della libertà come finora intesa e falsamente interpretata. Se dalla Cina tutto questo è partito, dalla Cina potremmo prendere, a rimborso, l’idea del fungo Mu’er. Secondo me merita farci un pensierino.

Funa il viaggiatore romantico

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