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Cercandoti nel piatto: i carciofini sull’attenti

Alla ricerca delle vacanze perdute. Viaggio in altri cibi e altri sapori, quelli dei ricordi

Terzo mese di vacanza.

Era arrivato settembre, il settembre lucchese. Ligio al dovere (buona questa…) ero a Lucca. La casa era carica di estate, l’erba del giardino, non tagliata per tanto tempo, era una giungla salgariana, incostante come certe capigliature, dove le pelate si alternano alle stizze (o ritrose come le chiamate voi?) e a crescite inutili ed esagerate. È la natura… I pomodori tracimavano dalle canne, le cipolle quasi esplodevano dalla terra e gli zucchini folleggiavano con le chiome rockabilly bionde buone da friggere in quella padella, insieme a zucchini ripieni e pomodori ripieni il cui ricordo fa diventare tutti noi di famiglia dei cani di Pavlov ancora oggi (vi do 2 minuti per andare a vedere cosa vuol dire)

carciofini sull'attenti Funa il viaggiatore romantico

La nostra vita familiare si spostava in garage, dove un piccolo opificio lavorava alacremente nel campo alimentare per l’inverno e la fame a venire.

Sul tavolino svizzero mille usi che sfoderava a comando cassetto pieno di tutto, matterello e tagliere si distribuivano carciofini e funghetti da tagliare, puliti, sbollentati in acqua e aceto, poi messi in fila sul cencio a quadretti sul piano di marmo, tutti precisi, come con i capelli appena tagliati, in fila, sembravano un plotone. La natura anche in questo caso vinceva anche sulla volontà di rendere simili persone-carciofini-funghetti diversi… per natura appunto. Si potevano riconoscere quelli più grassottelli e allegri da altri più magri e nervosi, chissà a cosa pensavano…

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Abituato a giocare in terra con le macchinine e inventarmi storie, nel tempo che serviva a mia madre a farli scolare e poi metterli nei barattoli con l’olio, io mi immaginavo di comandarli e li trattavo come soldatini: avanti march! non correte! At-tenti! Ri-poso!

Sul ripiano di marmo accanto al lavatoio, vicino ad una scatola di biscotti Mellin vuota, usata per tenerci una forbice e un coltello, spago e chiappini, campeggiava come un ostensorio un bricco verde di plastica, di solito pieno d’acqua con una patata sbucciata dentro. Nel paese delle meraviglie, dove tutti erano Alice in crescita, i dettagli avevano lati grotteschi, come si conviene alle meraviglie.

I pomeriggi caldi erano l’atarassia completa: troppo caldo per cucinare, la mamma a fare un sonnellino, gli amici tenuti a casa loro con un conto alla rovescia fino alle 5 de la tarde, io mi mettevo in garage su una sdraio a leggere giornalini di Tex e Zagor con accanto un’insalatiera di susine appena colte dall’albero lì davanti. Scala di legno per frutta centimetri zero.

Funa il viaggiatore romantico amarcord

Dopo i carciofini e i funghi, toccava alle cozze. Marinate. Piacevano sì a mio padre ma soprattutto erano fatte per mio zio Nico quando veniva in licenza dalla scuola allievi sottufficiali carabinieri di Moncalieri.
Arrivava in divisa, scherzava con me, si metteva in abiti civili, cenavamo insieme e poi usciva per appuntamenti galanti con ragazze. Forse le portava al cinema. Dovevano essere film comici perché lui rideva al solo pensiero…

Io giocavo a pallone nella stradina, facevo a botte con gli amici e andavo in bicicletta.
Tornavo a casa-garage e sulla stufa economica bollivano i pomodori per la conserva. Le grosse pentole parlottavano fra di loro attraverso i coperchi che sembravano delle labbra

Mio padre quando arrivava dal lavoro si levava la giacca e la cravatta, si metteva in pantaloni corti e scarpe da orto, annaffiava l’orto e aiutava a dare una prima sbucciata ai pomodori rossi in un grosso catino azzurro per perpetuare il rito della conserva poi con quella strana macchina da “passata” con manovella e trombetta forata che separava pomodori esausti dal succo rosso vivo come il sangue, futura pommarola.

Sì… la vita doveva essere proprio quella… lavorare duro, tornare a casa e mettersi comodo, mangiare cose preparate con amore e poi… farsi due risate con un’anima gemella. O che ti somigliasse anche solo un pochino.

Di nuovo giocavo a pallone, nei campi, certe volte ci passavano le pecore e … proprio mentre tiravo un corner o un passaggio, all’odore dell’uva fragola… sguish, una scivolata sostituiva una puzza tremenda ahimé spalmata su gambe, pantaloni e forse anche maglietta e mi faceva tornare in anticipo a casa per cambiarmi.

Unica consolazione di lasciare gli amici, stavolta la frutta e lo zucchero per le marmellate che borbottavano sui fornelli e la mamma che stava stendendo sul tavolo la pasta dolce (buona anche cruda…) per le crostate. Indimenticabile il profumo di vaniglia alla fine del mattarello.

Pranzo e cena con zucchini ripieni, pomodori ripieni e fiori di zucca fritti. Pomodori e cipolle olio e aceto. Fricandò e torte finali con marmellate amare. Intorno quell’aria avvolgente delle estati dei ricordi
Potrei dire a quell’attimo: fermati dunque, sei così bello! (Faust)
Ma, si sa, niente è più bello del passato se non un futuro che lo ricorda… della serie lavoriamo bene per avere buoni ricordi, ché di buoni rimorsi non s’è mai sentito parlare!

E, scusate se è poco, c’erano le giostre! Allora era semplicemente “il Giannotti”, alla fine del Borgo, sotto le mura, con i chioschi dei cocomeri a fette, le luci ciondolanti da periferia povera e festante, le giostre con fucili e cotillon, autoscontro, calci in culo, frati del Nelli e spuma bionda da 50 (lire) e i fuochi d’artificio. Lucignolo ci avrebbe preso la residenza, altro che Montecarlo, sì cioè insomma quello in Francia…

Ricominciava la scuola ma niente soddisfazione di discutere quanto in anticipo o quanto in ritardo andavo a scuola rispetto a quando ero nato: con il mio compleanno il 30 settembre (capodanno ‘57 festeggiato da papà e mamma ridendo un sacco a un film senza neppure televisione…): una volta tanto puntuale, per forza, l’1 ottobre sarei stato un remigino perfetto (1 Ottobre San Remigio = data di inizio delle scuole del Regno), da manuale, il che, comunque, non traeva minimamente in inganno il mio maestro…

Questa volta a cambiare le pagine non erano le condizioni atmosferiche ma l’arrivo dei libri nuovi.

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E in effetti una delle tante diacronie delle nostre vite insieme con il cibo passa anche dai libri, di scuola, di tutte le scuole che verranno, prima semplici, “materne”: figure, caratteri grossi di cui resta tanta roba nel frigo della memoria, poi arrivano i libri più saccenti e con il ditino che esce fuori da ogni paragrafo e si scontra con Biancaneve o i fumetti, e lì ci si sbozzola in vario modo con fisarmoniche pubertose, poi per me sarebbero arrivati quelli strani di greco ma che ci si doveva fare con quella roba? Meglio i giornali di moto… E vai con le prime festine e le tartine fatte da noi e le bevute investigative adolescenziali (che cosa è, quanto ne posso bere prima di divertirmi o piangere eccetera eccetera), un passaggio casuale al librone Bloom&Fawcett di Istologia (vaghi ricordi su alcune cene di cacciagione insieme con altri che si erano sbagliati sul loro futuro quanto me) e finalmente ai libri dell’Istituto di Filologia Slava, profumati di antico e mistero, intelligenza sciabordante come la rivoluzione (abbinamento: vodka e salamino appropriatamente conservati in alcuni scaffali ad aumentare i profumi di alcuni libri), vacanze in autostop a Capo Nord, interrail e vacanze “forzate” in grigioverde, le librette militari piene di acronimi, giornalini di donne nude, sonni e chili perduti, marce, montagne e sbronze epiche, ma queste… sono altre storie.

Funa il viaggiatore romantico amarcord

Come per tutti tante vite dentro una vita sola che cambia in continuazione: dalle pagine piene di stanghette dritte e lettere G alle curve della vita fino alle lettere d’amore.

No need to run and hide

It’s a wonderful wonderful life

No need to laugh and cry

It’s a wonderful wonderful life


e… continua, coraggio!

Funa il Viaggiatore Romantico

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