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Crisi da lockdown tra i lavoratori Ncc: c’è chi vende un pulmino e chi è incinta senza più soldi

Storie drammatiche di lavoratori che figurano come aziende attive nel settore dei trasporti, ma che di fatto vivono di turismo crollato per la pandemia

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Storie di vita, della crisi e del lockdown di autisti t0scani del Ncc che lavoravano con i turisti e che, ora, sono in profonde difficoltà, come, purtroppo, tante altre categorie. Daniele ha dovuto vendere un pulmino. Nicoletta è incinta, ha un altro bimbo di 3 anni e con il marito non lavora da un anno. Come Rossella e il marito, che hanno 5 figli da mantenere agli studi. E poi c’è Robert, che non ha potuto rinnovare il contratto ai due suoi autisti ed è pieno di debiti. 

“Noi però abbiamo ricevuto solo spiccioli, quelli riservati alle partite Iva – spiega Stefano Giusti, segretario di Azione Ncc –   perché figuriamo come aziende attive nel settore dei trasporti che non si è mai fermato, ma di fatto siamo crollati con lo stop dei flussi turistici” Una situazione paradossale che si scontra con la più sorda burocrazia.

“Veicoli fermi con Rca sospese,  ma con bolli, affitti, Inps, Inail e commercialista da pagare senza se e senza ma”, racconta Robert, Ncc da 17 anni con una ditta strutturata fino al 2019 e ora solo con la segretaria in cassa integrazione e autisti senza più lavoro. Da un fatturato di 150mila euro nel 2019 è  passato a zero nel 2020  – Avendo dovuto attingere allo scoperto disponibile sul conto corrente – continua –  la banca mi ha pure rifiutato l’accesso al famoso prestito garantito dallo Stato. Risultato finale: debiti con la banca, risparmi esauriti, ristori come briciole perché secondo gli esperti la categoria NCC non è stata bloccata e quindi non ne abbiamo bisogno. Ma se mi manca la materia prima, cioè i turisti, chi porto in giro?”.

Daniele, sposato con tre bimbi piccoli,  aveva due pulmini, un dipendente e il suo programma di lavoro per il 2020 prometteva bene. “Con la pandemia mi sono visto cancellare tutti i servizi nell’arco di 20 giorni, non ho potuto rinnovare il contratto stagionale al dipendente e sono riuscito ad andare avanti con i risparmi per un po’ sperando nell’aiuto dello Stato. A marzo, aprile e maggio mi sono visto dare pochi spiccioli e quindi per mantenere i mie figli sono stato costretto a vendere un pulmino, con il quale lavoravo, per monetizzare e affrontare la crisi. E’  assurdo tutto questo. Io, come tanti colleghi, mi sento abbandonato”.

Nicoletta aspetta il secondo figlio e incinta ha dovuto affrontare l’inaspettato, la crisi più nera. E’ Ncc da 10 anni, come suo marito,  e da 7 ha aperto un’impresa individuale. “E’ un anno che mi sento invisibile. I 600 euro dati alle partite Iva non hanno coperto nemmeno le spese fisse. Non ci hanno sospeso contributi Inps, Inail, camera di commercio, bolli auto e affitti per le sedi operative. Stiamo facendo i salti mortali, perché abbiamo sempre pagato le tasse e continueremo a farlo, ma oggi io e la mia famiglia siamo in vera difficoltà anche per pagare le bollette. Spero di non morire per il virus, ma di certo non voglio morire di fame”.

L’ultima fattura di Rossella invece è dell’ottobre 2019. Suo marito lavora con lei e hanno 5 figli dai 12 ai 27 anni, il più piccolo alle medie, due all’università, uno appena laureato e il più grande ha voluto seguire le orme dei genitori: è autista e guida turistica.

“Sono storie quotidiane che raccontano un dramma vero a cui è necessario dare risposte – conclude Giusti – Abbiamo chiesto in ogni sede, anche direttamente al premier Conte nell’incontro del mese scorso, di aiutarci. Ci ha ascoltato, ma stiamo ancora aspettando un aiuto strutturale per il settore, che dia ristori, contributi a fondo perduto sulla differenza di fatturato tra 2019 e 2020 e l’anno bianco su ogni tipo di tassa. Ricominceremo a lavorare chissà quanto, ma nel frattempo dobbiamo vivere dignitosamente”.

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