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Le rubriche di Lucca in Diretta - Libri

Giacomo Puccini nato per il teatro, a colloquio con l’autrice Paola Massoni

Il maestro a 360 gradi nel volume edito da Ets, fra pubblico e privato

In libreria c’è Giacomo Puccini nato per il teatro, Ets, Pisa 2021. Abbiamo intervistato l’autrice, Paola Massoni.

Libro dotto di saperi musicali e non solo il tuo, eppure, capace di soddisfare sia gli addetti ai lavori, sia gli appassionati del melodramma, sia i neofiti del genere… Come sei riuscita a ottenere questa alchimia difficile di un lavoro fruibile a più livelli?
Il mio intento – realizzare un’opera musicologica, ricca di riferimenti e documenti, ma anche divulgativa – credo alla fine di averlo raggiunto grazie a due fattori: il primo è la struttura stessa del libro che, partendo dalle definizioni generali e dalla storia dell’opera e della messinscena, gradualmente accompagna il Lettore nel mondo del melodramma, quasi prendendolo per mano; altro strumento, l’uso della lingua: colta, ma sempre sostenuta da una sintassi fluida, che riesce a spiegare in modo semplice, aspetti complessi. E questo molti studiosi, tra cui Fubini, Stinchelli, Rubboli e Cresti, l’hanno apprezzato.

Giacomo Puccini nato per il teatro si caratterizza anche per un “effetto sorpresa”. Ovvero il punto di vista nuovo, originale con cui riguardi al tuo Puccini. Non più solo musicista geniale, ma drammaturgo, scenografo, regista, letterato… Un autore inventore, artefice, demiurgo del proprio teatro
Sono anch’io di indole eclettica, per cui sono stata portata a interessarmi della molteplicità di competenze che avevo intuito forte in Puccini e che la mia ricerca ha confermato. Le sue opere funzionano perfettamente dal punto di vista musicale anche nella versione piano e canto, ma nella versione orchestrale e con una messinscena adeguata che rispetti le volontà del compositore, l’effetto di coinvolgimento emotivo risulta assolutamente amplificato ed è quello che lui voleva ottenere: un’opera totale in cui ogni elemento si armonizzasse con gli altri.

Sulla base del tuo lavoro di scavo nell’intera cultura otto-novecentesca tra le testimonianze dei coevi e dei collaboratori del maestro, letterati, assistenti teatrali, intellettuali, librettisti, tra carteggi ed epistolari, ti senti in grado di intervenire nella vexata quaestio: Puccini è più debitore alla tradizione o alla novità? Innovatore o conservatore? E ancora: Puccini verista o decadente? Scapigliato, simbolista o espressionista?
Puccini è un artista in trasformazione che attinge senz’altro alla tradizione, ma che già dal suo esordio si fa interprete di un’arte assolutamente originale e innovativa; erede belliniano della grande melodia, la esalta vestendola con un’armonia frutto di uno studio approfondito della contemporanea musica francese e tedesca, che sperimenta e supera l’estetica ottocentesca. Il maestro, poi, accompagna questa evoluzione a livello musicale anche con la ricerca di una nuova veste spettacolare che non intende rappresentare in modo realistico e oggettivo la realtà, ma ne fornisce una visione soggettiva.

Sollevo la questione perché trapela dalle tue pagine: il nesso, la relazione tra Giacomo Puccini e Giovanni Pascoli.
Direi che la poetica di Puccini si avvicina moltissimo a quella di Pascoli. Il poeta parla di paesaggio, di natura, del mondo vegetale e animale anche riproducendo con l’onomatopea i colori e i suoni di ciò che lo circonda… Ma questo mondo non è per niente un mondo oggettivo, ma l’espressione di una realtà introspettiva, interiore, in cui il ricordo e il passato, i desideri e il futuro si mescolano con il presente in un tempo circolare: quello dell’anima, che è poi anche la dimensione temporale emotiva in cui Puccini ambienta le vicende dei suoi personaggi. Infatti, a proposito del maestro lucchese ho parlato di ‘simbolismo impressionistico’.

Un autore, Puccini che fa derivare la conoscenza – di sé, dei propri sentimenti, del mondo – dai rintocchi emotivi, da evocazioni, da suggestioni… E qui tu stabilisci un’interessante relazione con la concezione junghiana di un inconscio collettivo comune a tutti noi, un serbatoio di miti, di immagini primordiali indicibili e ineffabili secondo un linguaggio razionale… Potresti sviluppare ulteriormente tale intuizione?
È chiaro, anche per quanto si legge dalle lettere di Puccini, che lo stato delle sue emozioni, nel momento della creazione artistica, può essere definito come alterato, rispetto alla situazione emotiva ‘normale’. Questa eccitazione della coscienza e di sprofondamento in una dimensione altra mi ha rimandato alla descrizione che Jung dà del poeta e più in generale dell’artista. La capacità di Puccini nel riuscire a tirar fuori da questo apparente nulla, che da una parte atterrisce ma dall’altra attira, una serie di intervalli, vibrazioni, frequenze che toccano le parti meno conosciute della nostra anima, mi ha fatto approdare a tale interpretazione: Puccini, in modo non cosciente, entra in contatto con le profondità dell’anima umana, dell’inconscio umano, quella parte che non ha niente a che fare con l’intelletto e la ragione, ma con l’istinto e la spiritualità.

Si può parlare di un pessimismo pucciniano? Sembra il leit motiv dell’intera produzione del musicista lucchese. Da Manon a Tosca, da Madama Butterfly alla Fanciulla del West, da La Rondine al Trittico un raffinato sinfonismo e una dominante esigenza melodica si sposano con una visione decadente e negativa dell’esistenza, densa di presentimenti di morte che accompagnano sempre la passione amorosa… Quale il tuo parere, in proposito?
Direi di sì. Si tratta, però, di un pessimismo che definirei idealista e senza dubbio decadente. È proprio l’aspirazione a qualcosa di ideale e irraggiungibile che rende la realtà non appagante. Il lato maschile di Puccini lotta con l’eros, ma è più arrendevole alla crudeltà della vita; invece il suo lato femminile lotta con l’anima e non molla mai. La morte non rappresenta una resa, ma un’affermazione, di coraggio e di fede in una realtà vera, che altrove esiste e per cui vale la pena vivere e anche soffrire.

Luciano Luciani

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