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Stanchi senza riposo: cosa ci sta dicendo il nostro corpo
Il tema affrontato da Paola Fusco, psicologa e psicoterapeuta a Lucca e Firenze: una condizione normale della società contemporanea
La stanchezza non è soltanto un calo di energia, ma spesso diventa il linguaggio silenzioso attraverso cui il corpo e la mente raccontano qualcosa di più profondo. Non si tratta solo di dormire poco o di avere giornate piene: la stanchezza è il portavoce di una frustrazione che si accumula e di un’insoddisfazione che non trova spazio per essere riconosciuta.
Quando ci sentiamo stanchi in modo persistente, anche dopo il riposo, il messaggio è chiaro: non è più questione di sonno o di tempo libero, ma di un equilibrio che manca. È il segnale che ci ricorda che stiamo andando avanti senza fermarci ad ascoltare i nostri bisogni, le nostre emozioni e ciò che ci logora nel quotidiano.
Esiste una differenza importante tra la stanchezza fisiologica, che fa parte dell’esperienza umana ed è naturale dopo un periodo intenso di lavoro o studio, e una stanchezza pervasiva, che sembra non abbandonarci mai. Quest’ultima non dipende soltanto dagli impegni, ma spesso da una condizione di vita ripetitiva, poco gratificante o caratterizzata da mancanza di sostegno. In questi casi non basta riposarsi: serve trovare uno spazio per riflettere su ciò che ci pesa e su come stiamo vivendo.
La stanchezza come condizione “normale” della società contemporanea
Oggi siamo abituati a considerare la stanchezza quasi un marchio di appartenenza: chi non è stanco sembra non fare abbastanza. È un ostacolo culturale importante, perché ci porta a normalizzare uno stato che invece dovrebbe metterci in allarme. Viviamo in una società che esalta la produttività continua, l’efficienza e il multitasking come se fossero valori assoluti. In questo contesto, dire “sono stanco” diventa quasi un vanto o una medaglia, piuttosto che un segnale da ascoltare.
Non a caso si parla di New Workaholism, una nuova forma di dipendenza dal lavoro che non riguarda solo l’orario d’ufficio ma invade tutta la vita quotidiana: rispondere alle mail di notte, portarsi i compiti a casa, controllare le notifiche mentre si cena. Il bisogno di restare sempre “connessi” e di avere tutto sotto controllo alimenta una dipendenza dal fare, che ci illude di essere padroni della situazione ma in realtà ci tiene intrappolati in una corsa senza pause.
Anche dal punto di vista neurobiologico, la nostra è una società dopaminergica: ogni notifica, ogni “like”, ogni piccolo successo immediato attiva circuiti di gratificazione nel cervello. Questa ricerca continua di stimoli rapidi e immediati ci fa sentire sempre “sul pezzo”, ma a lungo andare logora le nostre energie profonde, lasciandoci svuotati e con un senso di fatica cronica che non trova sollievo.
In questo quadro, la stanchezza perde il suo ruolo di campanello d’allarme e diventa uno stato costante, quasi inevitabile. Riconoscere che non dovrebbe essere così è il primo passo per restituirle il suo significato: un messaggio da ascoltare, non una condizione da sopportare.
Fermarsi ad ascoltare la propria stanchezza significa darsi la possibilità di leggere il messaggio che porta con sé. Non è un nemico da combattere a tutti i costi, ma un campanello d’allarme che ci invita a guardarci dentro e a chiederci cosa non funziona. A volte basta concedersi un cambiamento, altre volte serve l’aiuto di qualcuno che ci accompagni nel capire meglio il nostro
vissuto.
La stanchezza, se riconosciuta, può diventare l’occasione per ritrovare un ritmo più autentico, più vicino a ciò che ci fa stare bene. Non sempre è facile, ma anche nei momenti più faticosi possiamo scoprire che esistono nuove strade per rinnovare le energie e dare voce a ciò che desideriamo davvero.
Paola Fusco, psicologa e psicoterapeuta a Lucca e Firenze
Contatti: www.psicologapaolafusco.it – 📞 3664394628


