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Perché ci attirano così tanto le storie torbide degli altri

L’analisi di Paola Fusco, psicologa e psicoterapeuta con studi a Lucca e a Firenze su un tema di grande attualità

Negli ultimi anni è cresciuto in modo evidente l’interesse per tutto ciò che riguarda il lato più torbido delle storie. Non si tratta solo del pettegolezzo quotidiano, fatto di notizie condivise e commenti informali, ma anche di un’attenzione sempre maggiore verso podcast, serie e racconti di casi di cronaca che non hanno un intento puramente informativo.

Questi contenuti non si limitano a raccontare cosa è successo. Entrano nei dettagli, indugiano sulle minuzie, ricostruiscono gli aspetti personali delle persone coinvolte. La vita privata diventa parte centrale della narrazione, spesso più del fatto in sé. È come se capire chi fosse davvero quella persona diventasse più importante che comprendere l’evento.

Un elemento interessante è che, nella maggior parte dei casi, queste storie non aprono a riflessioni più ampie e complesse. Non diventano occasione per interrogarsi su temi collettivi come la violenza, la giustizia, la legittima difesa o i femminicidi. Al contrario, restano chiuse su sé stesse. Il pensiero si muove in profondità, ma non in ampiezza: la ricerca continua di nuovi dettagli, l’attenzione ai particolari, l’immedesimazione in uno dei protagonisti diventano il centro dell’interesse.

Il lato torbido come distrazione emotiva

Una prima chiave di lettura riguarda il momento storico che stiamo attraversando. Viviamo immersi in preoccupazioni difficili da sostenere emotivamente: l’incertezza economica, il futuro dei giovani, la precarietà, una sensazione diffusa di instabilità. Sono temi che toccano direttamente la vita delle persone e che richiederebbero spazi di confronto, ma che spesso restano sullo sfondo perché emotivamente faticosi.

Il lato torbido delle storie funziona allora come una distrazione emotiva. È intenso, coinvolgente, ma meno minaccioso sul piano personale. Permette di provare emozioni forti restando a distanza di sicurezza. L’attenzione viene spostata da ciò che riguarda direttamente la propria vita a qualcosa che appartiene ad altri, mantenendo però alta l’attivazione emotiva.

Parlare di un terzo per non esporsi: il meccanismo dello spostamento

Un elemento centrale di queste narrazioni è la presenza costante di un terzo: un personaggio famoso, una figura della cronaca, qualcuno su cui concentrare lo sguardo. Dal punto di vista psicologico, questo risponde a quello che viene definito meccanismo dello spostamento.

Il disagio, le paure e le domande non vengono affrontate direttamente, ma trasferite su qualcun altro. Si analizzano le scelte altrui, i comportamenti, le contraddizioni, mentre le proprie restano sullo sfondo. In questo modo si può “pensare” senza esporsi, osservare senza mettersi in gioco. Guardare fuori diventa un modo per non guardare dentro.

Avvicinarsi agli altri senza intimità

Parlare di storie torbide ha anche una funzione relazionale precisa. Commentare un caso di cronaca o una vicenda controversa crea connessione senza richiedere intimità. È un terreno condiviso che permette di avvicinarsi agli altri senza dover parlare direttamente di sé.
In contesti in cui il giudizio è temuto o i rapporti non sono profondi, questo tipo di conversazione diventa uno schermo dal giudizio. Si partecipa allo scambio, si prende parola, ma restando protetti. È una forma di vicinanza che non espone, particolarmente utile quando la desiderabilità sociale — il bisogno di apparire adeguati agli occhi degli altri — rende difficile parlare apertamente di ciò che ci riguarda.

Dire la propria, ma a distanza

Il lato torbido delle storie offre anche uno spazio di espressione particolare. Permette di esprimere opinioni, dubbi e valutazioni usando formule protette, come “in quella situazione è difficile” o “io al suo posto non so cosa avrei fatto”.

In questo modo si possono toccare temi complessi — responsabilità, limiti, scelte estreme — mantenendo una distanza emotiva che rende il giudizio degli altri meno minaccioso. Non si parla di sé, ma attraverso l’altro. La posizione personale emerge, ma resta mediata.

Conoscere per occupare uno spazio

Per alcune persone, infine, queste storie rappresentano anche un’occasione di posizionamento. Conoscere dettagli, retroscena, particolari permette di assumere un ruolo diverso nella conversazione, di sentirsi competenti, di uscire temporaneamente dalla posizione abituale.

Non è solo curiosità: è anche bisogno di riconoscimento, di visibilità, di uno spazio relazionale in cui sentirsi ascoltati e considerati.

Forse il punto non è smettere di interessarsi alle storie degli altri, ma chiederci cosa ci permettono di non guardare, mentre le ascoltiamo.

Paola Fusco, psicologa e psicoterapeuta a Lucca e Firenze
Contatti: www.psicologapaolafusco.it – 📞 3664394628