Le rubriche di Lucca in Diretta - Tappeti Volanti

Fra D’Annunzio e Ungaretti: ecco i Tappeti Volanti di ottobre

Volando sul mare della Versilia e correndo nei suoi boschi

Benvenuti alla nuova puntata della rubrica Tappeti Volanti; qui si mescolano in vario modo immagini, parole e idee. Le prime sono mie (di solito), le seconde pure (quasi sempre), le idee invece sono il patrimonio comune più importante che abbiamo; facciamole girare, ne abbiamo bisogno.

Mi chiamo Filippo Brancoli Pantera, sono un fotografo e un giornalista, laureato in Beni Culturali all’Università di Firenze e diplomato in Fotografia Documentaria presso l’International Center of Photography di New York; ma non occorre andar lontani per trovare qualcosa di bello, basta solo guardarsi attorno e provare a raccontarlo.

La fantasia non è una fuga dalla realtà, ma un modo per conoscerla meglio.

Tappeti Volanti di Ottobre

«Ogni colore si espande e si adagia

negli altri colori

Per essere più solo se lo guardi.»

“Tappeto” – Giuseppe Ungaretti

 

Le stagioni, per come sono posizionate nel corso dell’anno, ricordano un po’ l’attività del nostro corpo quando respira; l’inverno trattiene, la primavera espande, l’estate riprende e l’autunno infine soffia di nuovo verso l’esterno (fosse vera, questa analogia spiegherebbe perché adesso cadono le foglie; non lo è, ma funziona lo stesso, il mondo respira e le foglie cadono).

Tra una fase e l’altra – tra espirazione e inspirazione – il corpo fa una piccola pausa, è leggera ma importante per poter cambiar ritmo e invertire il percorso dell’aria.  Ecco, Ottobre, più o meno, si posiziona lì, un po’ prima e un po’ dopo quella pausa, come un itinerario che precede, percorre e prosegue un tratto con al suo interno una grande curva.

Non sono molti i mesi che hanno questa caratteristica, per verificarla basta pensare a come ci vestiamo rispettivamente al loro inizio e alla loro fine: in parecchi casi  possiamo mantenere il solito abbigliamento, in pochi altri invece le differenze saranno così marcate da richiedere approcci del tutto diversi. Ottobre fa parte di queste eccezioni.

Ovviamente dipende da dove ci troviamo. Io sono qui, in un punto all’interno della foto che vedete sotto, direi F4 se giocassimo a battaglia navale.

Tappeti Volanti di Ottobre

Sono arrivato a giugno scorso, come ogni anno d’altronde, dal primo in cui sono venuto al mondo, quando mi portarono in questa parte di Toscana che si chiama Versilia; certe abitudini poi ti entrano così dentro da passare nel tuo dna. Poco dopo mi portarono sui monti, per un secondo imprinting, così mi si è impresso addosso anche il profilo delle montagne. Ma il dna è lungo e ci sono scritte un sacco di cose (analizzandolo ho scoperto che sono anche un po’ greco, ma questa è un’altra storia).

Quest’estate, la mattina, avevo preso l’abitudine di tuffarmi in mare, nuotare fino alle boe (ogni giorno una diversa, ‘che di andar dritti proprio non c’era verso) e una volta arrivato girarmi per controllare che le montagne fossero ancora tutte al loro posto. Prana, Matanna, Gabberi, Pania, Corchia, Altissimo, Sumbra, Sella, Tambura, Cavallo, Sagro. Dopodiché, rincuorato dall’esito dell’appello, tornavo  soddisfatto verso la riva. D’altronde, qualcuno che li faccia questi controlli ci vuole, non si sa mai; a costruirlo – un paesaggio – ci vuole un sacco di tempo, ma a distruggerlo ci si mette pochissimo. 

Poi, in una calda giornata di agosto, sono apparse le meduse, erano tante e tutte bianche e blu (Rhizostoma pulmo); con leggerezza ma ancor più decisione mi han fatto capire che da quel momento in avanti quella striscia di mare sarebbe diventata affar loro. Spesso si considera come una spiacevole invasione l’arrivo di questi animali effettivamente urticanti; bisognerebbe però pensare le cose anche dal punto di vista opposto, sono circa 500 milioni di anni (dal periodo Cambriano) che le meduse nuotano nei mari del mondo, non sarei così sicuro nell’affermare che sono loro a entrare nel nostro territorio.

A questo punto, se proprio volevo controllare che nessuno mi rubasse il paesaggio, avrei dovuto trovare una nuova area di osservazione e salutare il mare, o quantomeno il nuoto.

Mare: che effetto che fa racchiudere in quattro lettere una cosa tanto grande, la stessa sensazione che ho avvertito nel provare a stringerlo nei quattro lati di un’inquadratura; fa strano.

Tappeti Volanti di Ottobre

Mi sono così dedicato all’esplorazione di altre zone che ritenevo di dover controllare; c’è una foresta meravigliosa al confine meridionale di Viareggio (frazione Torre del Lago, accesso dal quartiere Lagomare, che nome fantastico, da viverci solo per quello) e questa foresta diventa subito parte del parco naturale di Migliarino – San Rossore – Massaciuccoli, basta attraversare il fosso della Bufalina (e allora ditelo che li scegliete evocativi apposta i nomi da queste parti).

Alcuni momenti apparentemente ordinari della nostra vita hanno un’importanza molto maggiore di quanto possa apparire a prima vista; spesso lo si capisce dopo, a volte in diretta, quasi mai prima. Anche fare una corsa nel parco (se abbastanza grande da perdercisi dentro) può rappresentare un’esperienza affascinante, una di quelle la cui memoria avremo cura di conservare per ripescarla di tanto in tanto con affetto.

Così ho iniziato a correre in questo grande bosco dove si incontrano soprattutto pini domestici e lecci, alternati a un minor numero di ontani neri, frassini ossifilli e querce (farnie). Di solito, anche a livello locale, ci si riferisce a questi ambienti indicandoli con il nome di pineta. Due parole sono necessarie per spiegare un apparente controsenso, ovvero sia quello che vede nel leccio la specie principale e predominante di una pineta.

A partire dal XV secolo sulle coste della Toscana si è favorita progressivamente la penetrazione del pino domestico con l’intento di porre fine all’erosione costiera (che dipende anche da altri fattori, ma come si suol dire “tutto fa”. Non li hanno messi per mangiare i pinoli? No, quelli sono arrivati dopo, o meglio, il loro business, soprattutto tra XIX e XX secolo).

La presenza dei pini è stata importantissima per preparare il terreno al successivo popolamento di altre specie di alberi ben più esigenti in materia di ricchezza del suolo, pensiamo ad esempio alle querce, ma vale per tutte le caducifoglie in genere. È il cosiddetto effetto della successione primaria, ovvero sia una specie definita pioniera (il pino, in questo caso) colonizza un ambiente particolarmente ostile (le dune sabbiose) e grazie alla sua presenza lo rende successivamente abitabile per una o più nuove specie (inizio successione secondaria).

La pineta del litorale toscano, nonostante rappresenti la successione primaria, ha  – adesso – un rinnovamento naturale che non è affatto semplice, in particolare a partire dalla zona centro settentrionale della regione; qui l’umidità presente crea un sottobosco abbastanza denso e quindi adatto a piante che amano o sopportano l’ombra (si chiamano sciafile). Il pino domestico invece appartiene a quelle che amano molto il sole (si chiamano eliofile) e non riesce a rigenerarsi in queste condizioni che sono tuttavia perfette per il leccio, pianta che è sciafila ma anche eliofila e ha dalla sua quindi una strategia adattativa eccezionale: sopporta bene l’ombra da giovane e ama moltissimo il sole da adulto, quando a quel punto riuscirà a conquistare i piani alti della foresta prendendo tutti i raggi che vuole  (applausi per il leccio).

Questo gioco prende il nome di successione ecologica e termina nel momento in cui si arriva a una condizione stazionaria e relativamente stabile (chiamata climax), che in questo caso è identificabile nella foresta mediterranea, ovvero sia quella caratterizzata dai lecci; il sottobosco tipico è ricco di lentisco, viburno e filliree.

Tappeti Volanti di Ottobre

E il pino? Qui va ripiantato artificialmente, altrimenti progressivamente scompare, ma non è una storia triste; si tratta di uno dei generi di piante più diffuse al mondo, e con le sue varie specie riesce a tenerci compagnia dalle coste assolate fino alle montagne innevate.

La foto che segue (realizzata in primavera) mostra una sorta di momento in equilibrio, quando la presenza dei pini e quella dei lecci è sostanzialmente analoga. È relativamente raro trovarla con queste proporzioni paritetiche. Il sottobosco in questo caso è costituito da pungitopo (Ruscus aculeatus) – Punge? Sì, tantissimo – e ci offre conferma di quale sarà lo sviluppo naturale dell’area.

(fine piccolo pippone di ecologia applicata ~ seguiranno test a sorpresa)

Tappeti Volanti di Ottobre

All’interno di questi sentieri mi sono perso e poi ritrovato parecchie volte, ho corso per molti chilometri, assai più di quelli che avrei mai accettato di affrontare se li avessi misurati prima di andare, ecco perché è meglio farlo dopo. È il bello della foresta, lasciarsi avvolgere fino a scordarsi di noi per pensare solo a lei; si corre protesi verso i rumori di un bosco che osserva il nostro procedere con attenzione, molte orecchie invisibili ascoltano i nostri passi e col dubbio che alcune di queste non abbiano ben sentito ecco subito accorrere gli uccelli (quali? non lo so, gli spioni) a far da ripetitore per segnalare a tutti la nostra presenza sul territorio.

Muovendosi controvento riusciamo a fare un maggior numero di incontri, l’occhio scruta ogni dettaglio per prepararsi all’eventualità, ma con volpi, cinghiali e daini è impossibile uscire da una condizione di improvvisa sorpresa e reciproco spavento. Incrociare lo sguardo con un animale selvatico in libertà è un privilegio che ripaga ampiamente da qualsiasi fatica spesa per incontrarlo; i suoi occhi sono talmente profondi da portarci indietro di migliaia di anni , lasciandoci intravedere un’immagine di come eravamo noi stessi all’inizio del nostro cammino.

Forse, può essere appropriata a questo proposito una citazione, è di Tesson che cita Chatwin, che citava Jünger che a sua volta citava Stendhal: «L’arte della civiltà consiste nell’unire insieme i piaceri più raffinati e la presenza costante del pericolo». Sulla raffinatezza devo ancora lavorare parecchio.

Questi posti mi sono così cari non tanto perché siano migliori di altri ma per il legame che ho con loro; ognuno ha i suoi luoghi del cuore e spesso sono quelli dove siamo cresciuti (ma non per forza). Si riconoscono di solito perché noi pensiamo che ci assomiglino, e riescono a darci sicurezza e affetto. Funzionano un po’ come la mamma, non si sceglie, si ama, poi puoi portare la tua vita dove preferisci, ma quei paesaggi resteranno per sempre tuoi.

Dopo quattro mesi di permanenza qui, adesso è il momento di ripartire.

Sono successe tante cose nel frattempo, alcune grandi, altre piccole, e come spesso capita sono i dettagli che restano più a fuoco: il mio vicino che si prende cura della macchina durante la giornata, spostandola da sotto il sole per poi rimetterla al proprio posto (è bello prendersi cura delle cose che amiamo); oppure quando decide di dare una rastrellata al giardino, che bel suono fanno i rastrelli se si sanno usare bene, andrebbe insegnato ai bambini: «piano, con calma, si fa caro sulla testa del mondo».

C’è poi una coppia di anziani giornalai che ogni fine settimana mi ha venduto gli unici inserti a cui tenga. Nelle ore di punta lavorano assieme, in sincrono, come una coppia di percussionisti entrambi a sedere sullo sgabello, hanno un ritmo che va giù dritto, lui prende il giornale da sinistra, lo ribalta aprendolo per farli fare bum mentre atterra sulla destra rivolto verso di lei che lesta ha già carico in mano l’inserto e sbam lo schiaccia sul tabloid come un asso di briscola, lui lo vola e lo prilla questo malloppo con le pagine che si richiudono a metà e atterrano sotto il suo sguardo, bum, rapida rotazione del polso per l’ultimo elegantissimo gesto: ciò che avevo chiesto atterra di fronte a me al ritmo di 4/4, sbam, 2 euro e 50 grazie, pagare a tempo, monete alla mano, fermare quello spettacolo per l’attesa dei nostri soldi sarebbe veramente da stronzi.

Salutati questi luoghi, adesso parto verso nord, oltre gli Appennini, dietro la pianura, fino alle Alpi: ho dato appuntamento all’Inverno, sono sicuro che lui ci sarà. Io? Mah, chi lo sa, farò di tutto per esserci.

A volte ho l’impressione di portarmi dietro delle sensazioni non mie, come se fossero memorie abusive di vite altrui: pastori, pellegrini, nomadi e viandanti, c’è un po’ di Ulisse in ognuno di noi.

«Settembre andiamo. È tempo di migrare» recita l’incipit de “I pastori”. Versi che mettono voglia di alzarsi e partire, subito, nonostante adesso sia Ottobre, nonostante D’Annunzio di pastorizia capisse ovviamente poco, ma evidentemente era entrato in comunicazione con l’homo viator che si trovava in lui.

Pensando a questo mese ho buttato giù due versi anche io e mi imbarazza moltissimo condividerli pubblicamente, ma siccome non ho ancora capito quanto questo spazio sia pubblico o privato, allora li scrivo, però prima vi saluto che sennò poi mi vergogno. Ciao.

 

«Ottobre cavalca

nel cielo dopo la pausa

cambio di mano, del respiro

il mondo inverte la rotta»

 

A presto,

F.

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