Le rubriche di Lucca in Diretta - Tappeti Volanti

Tappeti Volanti di Novembre: un mese caro a Celti e Romani, Pascoli – a modo suo – e San Martino

Tra castagne e vino novello, poesie e feste popolari

Benvenuti alla nuova puntata della rubrica Tappeti Volanti; qui si mescolano in vario modo immagini, parole e idee. Le prime sono mie (di solito), le seconde pure (quasi sempre), le idee invece sono il patrimonio comune più importante che abbiamo; facciamole girare, ne abbiamo bisogno.

Mi chiamo Filippo Brancoli Pantera, sono un fotografo e un giornalista laureato in Beni Culturali all’Università di Firenze e diplomato in Fotografia Documentaria presso l’International Center of Photography di New York; ma non occorre andar lontani per trovare qualcosa di bello, basta solo guardarsi attorno e provare a raccontarlo.

La fantasia non è una fuga dalla realtà, ma un modo per conoscerla meglio.

 

Tappeti Volanti di Novembre

Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra

per parlare al cielo in ascolto


Rabindranath Tagore

(premio Nobel letteratura 1913)

 

Novembre è un mese generoso, vino novello e castagne hanno dissetato e nutrito più di metà del nostro paese per secoli. Noci e mele, melograni e cardoni, cavoli e zucche allietano tanto il palato quanto la vista. Il mondo si prepara all’inverno, è un mese intimo questo, abbracci nascosti nelle coperte dentro gli armadi e nei bauli, che ci sorridono aprendosi.

È vero, novembre è anche tempo di pioggia (nel 2019, a Lucca, 24 giornate di precipitazioni su 30 disponibili), di primi malanni e dolori, ma non è proprio una novità, e forse basterebbe aggiungere un ombrello o una mantellina ai consigli che Ippocrate ci ripete da oltre duemila anni; lunghe camminate e bagni ben caldi, ricetta sicura per il corpo e lo spirito, fanculo la pioggia, il mondo ci attende anche a novembre.

Ogni mese ha il suo profumo, questo sa di legna bagnata e speranza, come quella che veniva piantata con i semi del grano; la terra non gira solo attorno al nostro astro ma anche all’aratro che la smuove; si fa spazio per i nuovi semi e per i defunti che proprio da quella terra devono passare per venirci a trovare.

Dietro ogni cosa se ne nasconde un’altra, dietro le feste cristiane spesso ci sono tradizioni pagane e novembre racconta tante di queste storie, come quelle dei Celti che in questa stagione chiudevano l’anno per aprirne uno nuovo. Come mai proprio adesso? Perché finisce una stagione agraria e comincia la successiva, difficile trovare un momento più importante in una cultura così legata alla terra.

Halloween viene da lì, dal capodanno celtico che si trascorreva dove erano seppelliti i defunti, in attesa del loro ritorno. Che i morti salgano su dalla terra non è poi una cosa così strana, la fantasia infatti prende sempre spunto dalla realtà, e da dove potevano arrivare i defunti se proprio come i semi erano stati messi a riposo sotto il mantello erboso. Non è un caso che di morti che tornano in su, in questo periodo, se ne trovi traccia in moltissime culture seppur distanti tra loro; dall’Irlanda alla Sicilia, dalla Spagna alla Romania, c’è sempre chi nel dubbio lascia un bicchier di vino e qualche castagna per i defunti che la notte vengono a trovarci.

Il gusto moderno ha trasformato rapidamente tutto questo nel genere horror (vende moltissimo), ma in origine l’atmosfera era assai diversa, una vera e propria festa. Come quella dei Santi, di origine alto medievale, fu l’episcopato franco infatti a promuoverla per sostituirla proprio al capodanno celtico. Dopo Ognissanti i Franchi istituirono anche il giorno per celebrare i defunti; fu Odillone di Cluny nel 998 a stabilire per sé e i suoi confratelli questa pratica. Come spesso capita, a Roma le novità nel calendario liturgico non vengono prese con entusiasmo; la celebrazione fu infine accettata, giusto il tempo di rifletterci un attimo che si era già nel XIV secolo.

Novembre è anche il mese dell’estate di San Martino, quella che dura tre giorni e un pochino e che sovrappone – con buona fantasia – la celebrazione del santo (11 novembre) con qualche giorno di sole. Più antico e sensato è invece il detto “fare San Martino”, ovvero sia traslocare, andarsene. In questo periodo nell’ancien régime infatti si cambiava casa e scadevano i contratti agrari, cominciava l’anno giuridico, riaprivano le scuole e si indicevano le elezioni (toh, benvenuto Joe Biden).

Il culto del santo – Martino – è di origine gallica e mutuato dai Celti, ancora loro; d’altronde l’apporto dato alla nostra cultura – e la loro cultura stessa – è maggiore di quanto si pensi comunemente. San Martino era originario di Tours e tra i santi medioevali era uno dei più popolari, roba da milioni di followers. Che fosse assai bravo a vendere la sua immagine lo si era capito anche dalla leggenda che lo accompagna. Come basta poco a volte per avere successo, è difficile infatti trovare una disparità più grande tra il gesto effettuato e la fama ricevuta; a lui è andata bene, senza aver donato nemmeno una cappa intera è diventato santo – chapeau – chissà oggi che cosa farebbe.

 

Tappeti Volanti di Novembre

Pont Saint-Martin

 

Qui, vicino a quella che è casa mia adesso, in Valle D’Aosta, si trova uno dei tanti luoghi il cui nome è un omaggio al famoso santo, si chiama Pont Saint-Martin ed è proprio all’inizio della valle salendo su dal Piemonte. È una zona molto bella, in tanti passando dall’autostrada avranno visto le ripide vigne sulla destra; ecco, quel territorio, compreso tra i comuni di Pont Saint-Martin e Donnas ricade all’interno della così detta “viticoltura eroica”, uno dei vari paesaggi rurali storici catalogati dal Mipaaf (ministero politiche agricole e forestali) e sui quali sto lavorando.

Qualche giorno fa sono venuto a fotografare proprio questo territorio; adesso so che quando avrò nostalgia di casa potrò venir qui e quasi sentirne il profumo; ho trovato un angolo nascosto di Mediterraneo, in cui a poche piante di olivo si accompagnano vitigni in abbondanza. Non si vede il mare, ma il suo rumore potrò immaginarlo semplicemente guardando il vento mentre scende dai monti per incontrare il suo amico, come suggeriscono questi versi:

C’è una meta
per il vento dell’inverno:
il rumore del mare

Ikenishi Gonsui
(1650-1722)

 

 

Tappeti Volanti di Novembre

“Viticoltura eroica”

 

Spesso accostiamo alle quattro stagioni dell’anno delle emozioni univoche, come se ci fosse una sola correlazione tra il nostro umore e il periodo astronomico in cui si trova il pianeta. Certo, possono esserci molte e forti sintonie, ma ridurre le quattro stagioni a un semplice giro di allegria, gioia, nostalgia e tristezza è una semplificazione che impoverisce troppo sia le stagioni che noi stessi; è importante rivendicare il diritto alla nostalgia in primavera quanto quello alla sfrenata gioia autunnale.

A questo proposito, mi è capitato di rileggere la poesia Novembre scritta da Giovanni Pascoli e pubblicata nella raccolta Myricae nel 1891.

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore …

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante 
di nere trame segnano il sereno,
e vuoti il cielo, e cavo al piè sonante 
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.

 

Lo stile è quello che caratterizza buona parte della produzione del poeta, dove un solido impianto formale si affianca e fonde con un registro assai più intimo, operazione molto difficile e delicata; da questo punto di vista è inutile dire che si tratta di una poesia meravigliosa.

Successivamente però sono state le sensazioni evocate a colpirmi, così strane e – almeno per me – fuori luogo rispetto a ciò che viene narrato: anziché descrivere l’autunno per quello che è, viene chiamato in causa per ciò che non è, sopratutto in confronto alla primavera. Difficile trovarsi a proprio agio e apprezzare una qualsiasi stagione se le premesse sono queste. La maggior parte delle incomprensioni relazionali viene proprio da qui, dal tu non sei come vorrei tu fossi.

Una volta anche io ragionavo spesso in questo modo, infatti vivevo un po’ peggio e soffrivo molto i mesi che ci aspettano come una serie di gallerie sempre più distanti dall’estate passata da poco. Poi ho cominciato a vedere la morte come parte della vita e a sentire come tutto sia una costante e forse infinita successione di queste due fasi; ciò che muore oggi sarà vita domani e viceversa. Meditazione in Oriente? Magari! Per adesso mi accontento di andar per boschi.

Tappeti Volanti di Novembre

 

Allora ho cercato conforto nelle parole di Franco Battiato, la cui sensibilità è tanto profonda quanto inevitabilmente più vicina a noi. Questo è l’inizio di Veni l’autunno, delicato capolavoro contenuto nell’album Fisiognomica, del 1988.

(Intro)

“Stamu un poco all’ombra, cca c’è troppu suli”

“Veni l’autunno scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi 
e accumincia ‘a scola
da’ mari già si sentunu i riuturi
e a’ mari già si sentunu i riuturi”
[…]

La leggerezza di queste parole è la testimonianza che per essere profondi non occorre esser pesanti.

 

A confermare invece che quello in cui ci troviamo è un mese bellissimo ci vengono incontro anche le tradizioni di Roma antica, dove dal 4 al 17 novembre si celebravano i Ludi Plebeii, secondo Cicerone i più antichi della città; erano nati per festeggiare la Lex Hortensia, ovvero quella che sanciva la definitiva uguaglianza politica tra patrizi e plebei, mica una cosa da poco. Questi giochi erano così sentiti dalla popolazione che il console Gaio Fannio Strabone fu costretto a fissare un limite di spesa per i pranzi organizzati in questo periodo, la cosiddetta Lex Fannia, a dimostrazione della – ancora viva  peraltro – moderatezza dei romani attorno a una tavola imbandita.

All’interno dei Ludi Plebeii trovava spazio anche l’importante banchetto dedicato a Giove (l’Epulum Iovis). Per la verità già in settembre gliene era stato offerto uno, ma metti mai che qualcuno se lo fosse perso, meglio esser sicuri su queste cose. La data scelta fu il 13 del corrente mese, le cosiddette idi di novembre, ovvero quel giorno che cade alla metà del mese stesso dividendolo in due, ma 13×2 non fa 26? si vabbè quante storie. (In realtà il calcolo delle idi torna, ma è complesso, ci basti dire che queste coincidevano con il plenilunio).

Doveva essere davvero qualcosa di grandioso questo convivio dedicato a Giove: la cerimonia partiva sacrificando una mucca – che ci sta sempre bene – e poi via tutti a mangiare, anche gli dei stessi, sotto forma di statue che ovviamente non erano bianche bensì piuttosto allegramente variopinte. Queste, avvicinate gentilmente alla tavola sui loro letti da simposio, restavano comodamente sdraiate su dei morbidi cuscini (i pulvinaria) mentre a turno venivano loro offerte abbondanti e ripetute libazioni alternate a piatti di cibo il cui consumo era affidato esclusivamente ad assai specializzati sacerdoti (ah no), gli epulones.

Difficile cogliere nell’atmosfera di questi giochi, così come nelle tradizioni celtiche o in quelle medievali, la tristezza che il mondo contemporaneo sembra voler attribuire per forza al mese di novembre.

 

Io amo molto il paesaggio bagnato autunnale della Toscana, tanto che gli ho dedicato un po’ di anni della mia vita e anche un libro appena uscito: Toscana Interiore. Subito dopo ne è uscito un altro (funziona così, quando mai, quando sempre) che in qualche modo mi riguarda ancora assai da vicino. La firma in questo caso è duplice e porta i nomi di mio nonno e di mio padre, che ha curato e risistemato il diario di guerra che il nonno aveva lasciato andandosene. Una dipartita, la sua, avvenuta in contemporanea a quella della nonna, insieme hanno vissuto e insieme se ne sono andati, a braccetto, col solito passo; a volte un’immagine vale più di mille parole.

Tappeti Volanti di Novembre

 

Ovvio allora che la pubblicazione di questo diario dovesse arrivare adesso, nel mese di novembre, a dimostrazione che i morti – è proprio vero – ritornano, in questo caso portandosi dietro le pagine scritte tanti anni fa da un ragazzo mandato sul fronte russo con una macchina fotografica al posto del fucile.

In cambio io ho lasciato fuori casa due castagne; la mattina successiva non c’erano più. Visto? Torna tutto.

Nel frattempo, se ancora non vi avessi convinto della bellezza di questo mese, potete cliccare e ascoltare il brano citato prima, Veni l’autunnu; se anche Pascoli avesse conosciuto Battiato – e lo avesse visto ballicchiare – si sarebbe perdutamente innamorato tanto della canzone quanto della stagione.

A me non resta che salutarvi, sperando di ritrovarvi presto in buona forma, nel frattempo proseguirò l’ambientamento in Valle D’Aosta; la previsione è di restare qui un po’, chissà, programmare molto in questo periodo mica è facile. Eppure, anche vivendo un po’ più alla giornata, qualche sorpresa piacevole non manca mai.

Tappeti Volanti di Novembre

Valle di Saint Barthélemy

 

 

A presto,

Filippo.

 

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