Le rubriche di Lucca in Diretta - Tappeti Volanti

Tappeti Volanti di dicembre: volando tra le stagioni, le feste e anche le regioni (qui si può)

Uno dei mesi più belli e bui dell'anno; chissà che le due cose non siano collegate tra loro

Benvenuti alla nuova puntata della rubrica Tappeti Volanti; qui si mescolano in vario modo immagini, parole e idee. Le prime sono mie (di solito), le seconde pure (quasi sempre), le idee invece sono il patrimonio comune più importante che abbiamo; facciamole girare, ne abbiamo bisogno.

Mi chiamo Filippo Brancoli Pantera, sono un fotografo e un giornalista laureato in Beni Culturali all’Università di Firenze e diplomato in Fotografia Documentaria presso l’International Center of Photography di New York; ma non occorre andar lontani per trovare qualcosa di bello, basta solo guardarsi attorno e provare a raccontarlo.

La fantasia non è una fuga dalla realtà, ma un modo per conoscerla meglio.

Tappeti Volanti di Dicembre

Valle di Saint Barthélemy

Ben ritrovati nel mese di Dicembre, in questo periodo passeremo attraverso il giorno più buio dell’anno per poi assistere, abbastanza rapidamente peraltro – troppo? c’è chi lo pensa – a un deciso cambio di rotta. Nonostante il famoso detto che cita Santa Lucia e il giorno più breve che ci sia, non è quello il giorno meno luminoso che abbiamo a disposizione ma resta il canonico solstizio d’inverno; è stato chiamato così apposta, coincide con il momento in cui il sole raggiunge la sua altezza più bassa sull’orizzonte, più giù di lì non ci va; a partire da quella posizione  risale, piano, che quasi non ce ne accorgiamo.

Solstizio viene proprio da lì,  sol da sole ovviamente, sistĕre invece è il verbo latino fermarsi, perché appunto risalendo così piano sembrava quasi che il nostro astro in quella posizione si fosse fermato un po’ a riposare (evidentemente anche lui si trova bene in questo periodo). È un bel verbo sistĕre, onestamente non ricordavo di averlo mai incontrato, ma senza di lui non esisterebbero un sacco di cose, nemmeno noi forse: esistere, resistere, insistere e persistere, ma anche assistere e desistere; sussistono (anche questo) proprio tutti i presupposti per amare un verbo dal quale ne discendono parecchi – e assai famosi – altri.

D’altronde le parole sono importanti, lo urlava già come un matto Nanni Moretti, in Palombella rossa. Per Wittgenstein – filosofo austriaco – i limiti del nostro linguaggio rappresentano anche i limiti del nostro mondo – ma Wittgenstein è difficile da leggere! non lo so, non l’ho mai fatto – però lo riassume bene Gianrico Carofiglio in un bel libro di qualche anno fa: La manomissione delle parole. Inoltre – sempre Carofiglio – rispolvera una riflessione assai interessante; la nostra capacità emotiva dipende anche dalla nostra abilità espressiva (non per forza a parole ovviamente); difficilmente  infatti riusciremo a provare cose che non siamo nemmeno in grado di esprimere. Le parole fanno le cose, più o meno diceva così il linguista John Austin, e non penso avesse sbagliato di molto.

Tappeti Volanti di Dicembre

Valpelline

Il solstizio dicevamo, cade, più o meno, sempre attorno al 21 del corrente mese, a questo giro alle ore 10:02 per la precisione. Ma perché cambia sempre? Perché il nostro calendario è fatto un po’ male e non copia in maniera precisa i movimenti del sistema solare, ecco che così ogni anno il momento del solstizio ritarda di circa 6 ore; ogni quattro anni però aggiungiamo un giorno intero e allora recuperiamo, facendo quadrare i conti in modo un po’ grossolano; sembra una di quelle trovate da ministro delle finanze in tempi di crisi, un po’ come quando Corrado Guzzanti imitando Tremonti proponeva di vendere la Sardegna per salvare il bilancio. In questo caso però è vero.

Tutti i momenti sono importanti e tutti lo sono al solito modo, ma alcuni lo sono più degli altri, e questo frammento di tempo è proprio quello in cui l’autunno passa il testimone all’inverno. A me certi eventi piacciono da matti e se possibile provo sempre a partecipare in prima persona; non serve molto in effetti, basta ricordarselo e uscire fuori qualche minuto prima, così da mettersi in attesa e aspettare trepidanti; è un po’ come assistere alle Olimpiadi dell’Universo, si vive anche senza esserne spettatori certo, ma vuoi mettere il gusto e poter dire io c’ero.

Tra l’altro, è uno dei motivi per cui mi sono trasferito in Valle D’Aosta, nel comune di Nus, frazione Le Cret, a 1800 metri di quota; giù da noi in Toscana a volte, piuttosto spesso in realtà, sembra quasi che l’autunno prosegua senza sosta, invadendo spazi e tempi non di sua pertinenza. Lo scorso anno mi ero messo in attesa dell’inverno, avevo preparato tutto con attenzione e mi ero così trasferito per alcuni mesi sull’Appennino Tosco-Emiliano. E che ci facevi?  Aspettavo la neve, più o meno avevo deciso che quello sarebbe dovuto essere il segnale di inizio inverno; una volta sicuro che il passaggio tra le stagioni avesse funzionato a dovere, me ne sarei potuto tornare a casa soddisfatto. Son rimasto parecchio in attesa per la verità, ben oltre la data prevista, e quando son sceso effettivamente è stato sì perché qualcosa girava nell’aria, ma non erano fiocchi di neve. Da lì a vedere un diretto collegamento tra il mancato aggancio tra le stagioni e l’arrivo della pandemia, il passo per me è stato tanto illogico – lo ammetto – quanto però inevitabile.

Quest’anno il solito errore non poteva essere commesso di nuovo, fondamentale  quindi che il passaggio di testimone tra le due stagioni venisse fatto a dovere; ancora non ci siamo arrivati in realtà, ma direi che – almeno per questo – stiamo andando nella direzione giusta.

 

Tappeti Volanti di Dicembre

Valle di Rhêmes

Se è vero che a partire dal 21 dicembre, qualsiasi posto si prenda dell’emisfero boreale si trova nell’inverno – vale per Helsinki, quanto per Dakar – ci sono tuttavia dei luoghi in cui questa stagione esprime al meglio se stessa. Mi resta però un dubbio: il suo arrivo avverrà di colpo oppure poco alla volta? Tra le due ipotesi, sarei più incline a scegliere la seconda, con buona pace del solstizio; ecco perché mi sono messo a percorrere qualsiasi curva si trovi sul territorio; l’inverno potrebbe nascondersi dietro ognuna di queste.

Inseguendo una stagione ne ho approfittato per perlustrare al meglio la regione che mi ospita e portare avanti una serie di analisi e ricerche fotografiche. Il mese appena trascorso è stato particolarmente soleggiato e mite, tanto da permettermi di percorrere tutti – ma proprio tutti – i chilometri di strada che questo territorio offre.

Si legge in giro che la Valle d’Aosta sia tra le regioni italiane la più piccola e la più fredda, tuttavia la temperatura media di noi valligiani – mi sento già del posto ormai – sembra indicare il contrario e anche sulle dimensioni qualcosa a proposito della misurazione non torna. Si è vero, la superficie risulta essere 3260,9 km² ma è un dato che dice poco e forse sarebbe opportuno inserirne altri quando si vuol provare a descrivere le dimensioni di un luogo.

Mentre cerco un nuovo e valido approccio ve ne propongo uno piuttosto empirico: potremmo misurare le regioni così come si fa con le fette di torta, squadrandole un po’ dall’alto e un po’ di profilo, valutandone il volume e soppesandole per bene mentalmente, che poi son sorprese mica sempre piacevoli: «basta?» «no, ancora un po’, grazie» ho spesso detto a chi mi indicava col coltello la linea dove tagliare, pentendomi poi una volta arrivato alla cassa.

Comunque la Valle D’Aosta sarebbe senz’altro un millefoglie, in certi punti qui se ne contano quasi cinquemila; strato per strato si potrebbero ricoprire parecchie altre regioni assai più basse di questa.

Nonostante la similitudine di fantasia, non si parla di spazi teorici o virtuali, questi esistono nella vita reale, basta uscire di casa per farne esperienza: il territorio esprime una tridimensionalità meravigliosa ovunque lo si guardi.

Tappeti Volanti di Dicembre

Da Avise verso la Grivola

Per chi di lavoro si occupa di paesaggio è una cosa tutt’altro che spiacevole; aumenta la superficie dove poter trovare elementi interessanti, non più soltanto al suolo ma anche in verticale. È una virtù dal fascino irresistibile, lo confesso, ogni salita, ogni discesa, curva o passo è per me fonte di immensa gioia; queste strade non le percorro, mi ci rotolo direttamente, scivolo tra i tornanti in compagnia di larici, pini silvestri e pecci, dal basso ci raggiungono le foglie dorate delle betulle e dei pioppi e assieme alle roverelle dall’accento ancora toscano andiamo alla scoperta di nascoste e piccole valli; sono le tasche interne di un cappotto nelle cui maniche allungo con gusto le braccia per sentirmelo bene addosso: «mi sta, lo prendo», «ma che ne sai se non ci sono nemmeno specchi per avere conferma?». Non servono, se attorno hai enormi ghiacciai. E poi quando ci stai bene che ti frega di come ti vedono gli altri. Ve lo ricordate Costanzo negli anni ‘80? «E se va bene a me, buona camicia a tutti», forse si può dire lo stesso anche per le regioni.

Un fotografo di paesaggio, peggio ancora se giornalista come sono io, è una creatura strana, intrisa di una spiritualità di origine pagana, forse animista; per questo non ho molti dubbi nel riconoscere come divini tutti i fiumi del mondo e così pure le montagne che questi alimentano. Quando poi capita che quello di fronte al nostro sguardo – e si vede da tanti parti, non solo ai suoi piedi – sia il “tetto d’Europa” allora non ci sono dubbi che le sua acque siano davvero sacre; la dea che le raccoglie si chiama Dora (di nome) e Baltea (di cognome) e per me è il primo fiume d’Italia. È vero, a un certo punto del suo viaggio ne incontra un altro assai famoso; nei fiumi però, più che la precedenza a destra, dovrebbe valere l’altezza del luogo d’origine: il Monviso sarà anche il Re di Pietra, ma il Monte Bianco è il re di tutti e lo si capisce – oltre che misurandolo – osservandone sua corona illuminata dal sole.

Tappeti Volanti di Dicembre

Monte Bianco _ Val Ferret

Le prime cose che si notano arrivando in un territorio nuovo per solito sono le più evidenti; si entra in Valle e subito ecco le ripide vigne, i castelli, le montagne, poi piano piano si fa avanti una geografia più intima dove a parlare non sono solamente gli elementi più visibili bensì quelli che risuonano meglio dentro di noi; inizia così un vero e proprio dialogo con il paesaggio, e ognuno qui si fa il proprio viaggio.

Appena uscito al casello di Nus, la prima cosa che ho visto, è stata un maneggio. La seconda Mobili Pramotton. La terza, sulla statale 26, nei pressi di Quart, un centro equestre assai grande e curato. Il campo è lontano dalla strada ma si vedono i paddock e alcuni cavalli la cui fisionomia non inganna sulle loro attitudini; salto ostacoli. Ecco, tutte le volte che passo di lì, all’interno della mia macchina che segue sonnacchiosa il ritmo di quelle che la precedono nel traffico del quieto fondo valle valdostano, si consuma in realtà una durissima lotta interiore durante la quale invidio Ulisse per essersi fatto legare. Io sono sciolto invece, e la tentazione di cambiar direzione per montare su uno di quei cavalli e non scenderne mai più è parecchio forte. Funziona così, dopo qualche anno passato in sella, poi si resta con una sensazione di incompletezza trovandosi a piedi.

Pochi giorni fa, sopra Saint-Marcel, ho trovato due cavalli liberi in un campo, allora ho accostato la macchina e sono sceso per stare un po’ con loro. Ho la sensazione che la storia ci abbia lasciati dal solito lato della strada, quello più lento; cavalli ed esploratori del paesaggio, due specie che per lavorare bene hanno bisogno di molto tempo e tanto spazio, categorie che una società come la nostra concede molto a fatica.

Parlando con loro, ci siamo trovati d’accordo sul fatto che il mondo non segua affatto la linea di un costante miglioramento, se così fosse avremmo inventato prima le barche a motore, per evolverle poi in quelle a vela. I cavalli sono animali saggi, altro che le auto elettriche; un mezzo di trasporto dal cui tubo di scappamento esca concime utile a generare il suo stesso combustibile, e che durante la sua vita ti sia pure amico fedele, penso che sarà difficile da ritrovare.

«Mi dispiace più per voi che per noi», ha detto il cavallo bianco, quello con cui ho parlato di più. «Eh lo so» gli ho risposto sconsolato, e con un po’ di nostalgia ho salutato, ringraziando per il tempo che mi avevano dedicato.

Tappeti Volanti di Dicembre

Il tempo, come passa veloce; siamo già arrivati ai saluti e alla fine dell’anno, eppure avrei voluto parlarvi di un sacco di altre storie che mi ero appuntato tra i fogli sparsi, cose importanti tra l’altro, come quelle che accadranno nei cieli di questo dicembre; Giove che bisbiglia a Saturno, stelle che cadono, eclissi lontane, tutte cose che per vedersi bene hanno bisogno di una condizione sola: il buio; abbiatene cura, è importante e sempre più raro, come il silenzio, lo spazio e gli animali in libertà.

Più forti sono le luci, più nere e illeggibili saranno le ombre, è una delle prime regole della fotografia, ma anche nel mondo succede lo stesso, troppa luce abbaglia, per veder bene nell’oscurità servono luci morbide e leggere, come quella della luna, che qui sotto illumina la piccola valle che mi ospita.

Tappeti Volanti di Dicembre

Valle di Saint Barthélemy

Lo diceva Parmenide già nel V secolo a.C. «tutto è pieno ugualmente di luce e di notte oscura, uguali ambedue, perché con nessuna della due c’è il nulla»*.

(* Frammento 9, Francesca Rigotti, Buio, il Mulino)

A presto, abbiate cura di voi, e del mondo che vi circonda.

Filippo.

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