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Bandettini, addio amaro all’Acquacalda: “Per l’impianto il Comune ha considerato solo il dio soldo”

Un saluto dopo decenni alla guida della società dal sapore della sconfitta: dalla presidenza sulle orme del padre all'incendio doloso da cui sono nati tutti i guai della società

Una lettera aperta, indirizzata “agli amici del calcio vero e genuino del calcio dilettantistico e giovanile”.

Si conclude così l’esperienza decennale di presidenza di una società di calcio di Giampiero Bandettini, per anni anima dell’Acquacalda.

“Da domani – scrive – finisce la mia presidenza del San Pietro a Vico e, spero di no, anche della società stessa. Il San Pietro a Vico è nato nel 1960 dalla volontà di mio padre Alfredo Bandettini e dei suoi amici. Hanno fatto giocare, divertire, crescere e diventare uomini migliaia di ragazzi; dopo la sua morte hanno preso il suo posto Taddeucci e Giuntoli, in seguito sono subentrato io”.

“Prima di tutto – dice – hiedo scusa se ho sbagliato qualcosa con qualcuno, ma soprattutto chiedo scusa a mio padre e ai suoi amici, soprattutto a Luigi Dianda, il “nostro” Gigi, l’unico rimasto dalla fondazione della società. Mi dispiace ma questa volta contro la politica ed il sistema non sono, anzi non siamo riusciti, io e miei amici, Gigi, Natale, Luca, Giorgio, Paolo, Stefano, Luca, Pierluigi e molti altri che ci hanno sempre dato una mano, ad andare avanti… Il primo intoppo è stato quando ci hanno tolto il campo alla stazione, uno di primi campi di calcio del comune dove si tenevano importanti tornei negli anni Sessanta e dove organizzavamo anche la sagra del paese. Il Comune e la allora giunta non aveva soldi per mettere a norma la recinzione e non ci dava gli spazi per rifare gli spogliatoi; quindi decisero di chiuderlo e successivamente darlo ad un’associazione di allevamento cani che a tutt’oggi, solo grazie all’impegno personale e alla forza dei suoi associati, riesce ad andare avanti e mantenere l’impianto in essere”.

“A quel punto – ricorda Bandettini – grazie agli amici dell’Acquacalda, ci trasferimmo a San Cassiano a Vico, formando l’Acquacalda San Pietro a Vico, che ha portato alla nascita di una scuola calcio con centinaia di bimbi. Purtroppo, a seguito dell’incendio doloso del 2017, siamo stati costretti a chiudere la scuola calcio e a proseguire solo con le squadre più grandi, perché il nostro campo non era, e non è, a oggi, 30 giugno 2021, agibile. Faccio presente che, inspiegabilmente, da domani, dopo 4 anni di silenzio, il Comune, a sue spese, inizia i lavori di ristrutturazione dell’impianto sportivo di via Tognetti a San Cassiano. In questi anni nonostante controlli, ripicche e gelosie, siamo andati avanti girando per il comune e pagando affitti per giocare e far divertire i nostri ragazzi (più di 60) negli ultimi anni. In questi anni abbiamo continuato ad allenarci a San Cassiano a Vico e abbiamo sostenuto spese per l’impianto elettrico, il riscaldamento e l’irrigazione. Inoltre ci siamo costituiti parte civile nel processo contro i presunti colpevoli dell’incendio doloso del 2017 e siamo andati avanti sostenendo autonomamente tutte le spese che questo ha comportato. Ma speravamo, e speriamo, di trovare i colpevoli e finalmente scagionare da ogni accusa la nostra società”.

Ed il Comune? – dice Bandettini – Intanto ha riscosso dall’assicurazione il 90 per cento del danno subito; inoltre non si è costituito parte civile nel processo ed è sparito. A questo punto, profondamente amareggiato e deluso, mi chiedo se la politica e la giustizia funzionino così.  Come se non bastasse, siamo stati travolti e bloccati dalla pandemia di Covid-19. Per contenere ed affrontare meglio le spese, siamo quindi stati costretti a formare due squadre unendoci con la Folgor Marlia (diventando Folgor San Pietro a Vico) e continuando ad allenarci e ad usufruire del campo di San Cassiano a Vico: la nostra casa, il nostro fortino”.

“Con l’asta di quest’anno – dice rammaricato – il Comune, o, scusate, il sistema, ha tenuto conto di un’offerta economica elevata di un’altra società e non il radicamento della società sul territorio, né tantomeno gli anni di anzianità e gli anni di gestione dell’impianto (più di 30); ha considerato solo il dio soldo“.

“Un saluto a tutti – conclude – una parola a mio figlio Matteo, che ha la mia stessa passione (o malattia?) per il calcio; mia, e, soprattutto, di suo nonno. “Continua a divertirti e a far divertire i tuoi bimbi. Conoscerai, nel tuo percorso, tante persone, tanti amici, anche presunti amici: tutto servirà a crearti un bagaglio di esperienze che ti faranno crescere ed essere rispettato”. Scusate ancora se non sono stato in grado di continuare e grazie a tutti giocatori, famiglie e società che ci sono state vicine in questi ultimi anni; tutti a loro modo, ci hanno aiutato sperando di rivederci sui campi di calcio la domenica. Perché la domenica senza calcio non è domenica”.

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