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Turandot e Manon Lescaut fanno calare il sipario sul Festival Puccini 2025

Ultime due rappresentazioni della stagione al Gran Teatro Giacomo Puccini di Torre del Lago per una stagione di successi

Ultimo fine settimana di programmazione per il 71esimo Festival Puccini di Torre del Lago-Viareggio. In scena per l’ultima volta al Gran Teatro nel 2025 Turandot venerdì (5 settembre) e Manon Lescaut sabato alle 21,15.

Il primo appuntamento è però per domani ( 3 settembre) all’Auditorium Caruso, con Giacomo Puccini. Ritratto in musica e parole: recital pianistico di Luigi Traino che sarà accompagnato da una serie di letture tratte dal libro Giacomo Puccini, l’amicizia e altre cose di Marilena Cheli Tomei, impegnata come lettrice dei brani.

Venerdì (5 settembre) invece la quinta recita di Turandotha una valore aggiunto, essendo essendo stata scelta per il progetto Tutti per Puccini. Grazie infatti al contributo della Fondazione Banca del Monte di Lucca, per il secondo anno consecutivo, il Festival Puccini si impegna a rendere l’opera fruibile a tutti, in particolare a persone con disabilità sensoriale e intellettiva. Tutti per Puccini è coordinato da Elena Di Giovanni e Francesca Raffi, docenti dell’università di Macerata con numerose esperienze nel settore maturate presso altri festival e teatri italiani). Il progetto si sviluppa in collaborazione con associazioni e famiglie legate al mondo della disabilità, per creare esperienze partecipative, con un coinvolgimento attivo per il benessere del pubblico. Tutti per Puccini rende l’ultima recita di Turandot accessibile anche al pubblico cieco/ipovedente, sordo/ipoudente e con disabilità cognitive grazie a: trailer con sottotitoli, voce e traduzione in lingua dei segni italiana (Lis); audio introduzione (in italiano e in inglese) e audio descrizione in italiano tramite radioline dotate di monoauricolari, fornite dal Teatro; sottotitoli specifici per persone sorde trasmessi su dispositivi cellulari personali, insieme a supporti per una comoda e agevole lettura forniti dal Teatro; schede delle opere in easy–to–read, il linguaggio facile da leggere regolamentato dall’Unione Europea. Inoltre, alle 19, lo spettacolo è preceduto da un percorso multisensoriale dietro le quinte – tra costumi, attrezzi di scena, scenografie e musica – con servizio di interpretariato Lis.

Alle 21,15 Turandot andrà in scena per l’ultima rappresentazione  nell’allestimento del 2017 con la regia di Alfonso Signorini, allora al suo primo spettacolo d’opera; le scene sono di Carla Tolomeo e i costumi di Fausto Puglisi. Turandot sarà interpretata dal soprano Courtney Ann Mills, Calaf dal tenore Yusif Eyvazov, come Liù arriva Elisa Balbo, nel ruolo di Timur Vittorio De Campo. La produzione è caratterizzata da un impianto scenico visionario, che mescola esotismo e glamour in una Cina fastosa e simbolica, dominata da colori accesi, riflessi d’oro e rosso lacca, motivi orientaleggianti, pannelli mobili, sculture imperiali e scene notturne. Completano il cast Massimiliano Pisapia (Altoum), Sergio Vitale (Ping), Andrea Tanzillo (Pang), Tiziano Barontini (Pong), Luca Dall’Amico (Un mandarino), Andrea Volpini (Il principino di Persia), Irene Celle e Maria Salvini (Ancelle). Sul podio dell’Orchestra del Festival Renato Palumbo; il Coro e il Coro di voci bianche, sono diretti rispettivamente da Marco Faelli e Chiara Mariani.

Ultimo spettacolo, sabato (6 settembre) al Gran Teatro sempre alle 21,15, sarà Manon Lescaut – dramma lirico in quattro atti su libretto ispirato al romanzo di Antoine-François Prévost – andata in scena per la prima volta al Teatro Regio di Torino l’1 febbraio 1893, primo grande successo di Puccini. Per questo ritorno in scena nel Festival sulle sponde del Lago di Massaciuccoli, a pochi passi dall’amata residenza del compositore, si è scelto di riproporre l’allestimento del 2002 ideato dallo scultore polacco Igor Mitoraj, autore di scene e costumi (ripresi rispettivamente da Luca Pizzi e Cristina Da Rold) con la regia di Daniele De Plano; luci di Valerio Alfieri. I grandi volti blu di Mitoraj – sottoposti in questi mesi a restauro e che molti ricorderanno anche per essere parte del Parco della Musica e della scultura intorno al Gran Teatro all’aperto – tornano quindi in scena delineando uno spazio metafisico, solenne e sospeso, dove dialogano con la tragedia di Manon. L’atmosfera è atemporale, con una regia solenne che punta sull’impatto visivo delle forme e sulla loro carica simbolica, trasformando la vicenda in una parabola universale di caduta e perdizione. Sul podio il viareggino Valerio Galli e un cast composto, anche per questo titolo, da interpreti di fama internazionale: Maria José Siri (Manon Lescaut), Luciano Ganci (Des Grieux), Claudio Sgura (Lescaut), Giacomo Prestia (Geronte di Ravoir), Paolo Antognetti (Edmondo), Matteo Mollica (L’oste), Alessandra Della Croce (Un musico), Nicola Pamio (Il maestro di ballo), Manuel Pierattelli (Un lampionaio), Roberto Rabasco (Sergente degli arcieri), Omar Cepparolli (Il comandante di marina). Il Coro del Festival Puccini è diretto da Marco Faelli.

Manon Lescautventidue anni dopo averla realizzata – scrive Daniele De Plano – per la prima volta nel Teatro a cui sono, in assoluto, più legato. Manon Lescaut con le scene e i costumi, ora come allora, di Igor Mitoraj, amico, maestro e fonte di ispirazione perpetua del mio agire artistico. Questa la sfida, questa la mia ansia. Ora come allora un’ansia costruttiva, quella che muove a tirare le fila di un discorso più grande di una messa in scena, un discorso che riguarda il concetto stesso di Arte e in cui i protagonisti dell’opera sono archetipi”.

«Era il 2002 – ricorda nelle note di sala Luca Pizzi – : il maestro, come scrisse all’epoca Roberto Bernabò, “si è immerso avidamente nella lettura di Manon Lescaut. Un’immersione di intelletto e sensi che ha portato il trasferimento di Manon dai luoghi classici dell’iconografia pucciniana a una dimensione poetica in cui classici e modernità, attraverso tanti volti senza volto, si trasformano in un percorso carico di suggestione e drammaticità. Una composizione dai toni potenti e coinvolgenti, proprio come quelli che provengono dal pentagramma pucciniano”. Così il maestro, nel mettere in scena la Manon Lescaut, ha unito la sua arte con quella di Puccini, confondendole in un unicum attuale ancora oggi e decidendo di portare le sue sculture sul palcoscenico. Ventidue anni fa ero il suo assistente scenografo, oggi ho l’onore e la responsabilità di rimetterlo in scena, ma adattandolo alle nuove esigenze di palco. Abbiamo lavorato molto sui cambi di scena, cercando di concentrarci, soprattutto nel passaggio dal terzo al quarto atto, su un solo cambio che renda il tutto molto veloce, per non far aspettare troppo gli spettatori. Per la parte estetica ho cercato di rispettare il più possibile quello che aveva fatto Mitoraj, adattandolo al nuovo palcoscenico”.